PJ HARVEY, The Peel Sessions: 1991-2004 (Island / Universal, 2006)

Una ragazza timida si aggirava in uno studio radiofonico. Aveva solo ventun anni, e da lì a poco avrebbe pubblicato il suo primo, formidabile disco. Era piccola, di una magrezza impressionante; eppure, davanti a quel microfono, con l’incoscienza della perfetta sconosciuta, si trasformò in una forza della natura. Era il 29 ottobre del 1991, e PJ Harvey registrava allora la prima delle sue nove “Peel Sessions”, al cospetto del leggendario DJ di Radio BBC One. Fu l’inizio di una parabola artistica meravigliosa: da lì a pochi mesi “Dry” sarebbe esploso come una bomba di sensualità blues annegata in torbide acque post-punk.

A due anni dalla morte di John Peel, dodici delle canzoni registrate negli anni da PJ Harvey vengono raccolte in un live a dir poco stupendo. Sì, stupendo, e non si creda che la mia sia solamente questione di devozione sorda: i brani, registrati in questa maniera nuda, senza mediazioni, rendono al meglio, sia che provengano dalle ruvidezze dei primi album che dalla visceralità educata degli ultimi periodi.

Si parte con “Oh my lover”, come è giusto che sia: anche “Dry” iniziava allo stesso modo, ma qui l’impatto è veramente violento, crudo, ed è incredibile la potenza emotiva che questo brano sprigiona anche dopo tutti questi anni; è un tuffo al cuore riascoltare il suono inconfondibile della batteria di Rob Ellis cercare di farsi largo tra le distorsioni in “Victory”, o la voce di Polly Jean deragliare, senza filtri com’era, sul finale di “Water”, e trovarvi la stessa forza di allora, immutata.

Questo disco è anche l’occasione di riscoprire brani minori, apparsi come b-side o in edizioni rare: trovano finalmente uno spazio ufficiale le perversioni metalliche di “Naked cousin”, o la cover di “Wang dang doodle” di Willie Dixon (talmente bella da fare di PJ Harvey la più grande interprete moderna di blues), o ancora la voce schizofrenica di “Losing ground” e la paranoia urbana di “This wicked tongue”. Canzoni minori, forse, ma che non sfigurano affatto, tanto da non far sentire la mancanza in scaletta dei brani del periodo di “To bring you my love”.

Alla fine della corsa, tutto si fa più intimo: la sommessa acustica di “That was my veil” e una “You come through” rotta dall’emozione mostrano un lato meno bellicoso di PJ Harvey, incredibilmente dolce; e se il nuovo album, previsto nel 2007 e anticipato come pieno di brani al pianoforte, riuscirà ad avere la bellezza di questa “Beautiful feeling”, allora sarà di nuovo capolavoro, come per i primi tre magnifici dischi di inizio carriera.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *