ORANGE JUICE, Glasgow School (Domino, 2005)

Quando gli Orange Juice iniziarono la loro breve avventura sul finire degli anni settanta, era difficile prevedere che la Scozia avrebbe prodotto alcune delle pagine migliori del rock degli anni seguenti. Eppure negli ultimi vent’anni è da lì che sono arrivati Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine, Pastels e Teenage Fan Club, Belle and Sebastian e Delgados. In qualche modo tutto ha avuto inizio con una piccola casa discografica, la Postcards, che pubblicò una manciata di singoli degli Orange Juice, prima che questi scegliessero una major.

Venticinque anni dopo, quei brani e i pezzi incisi dalla prima incarnazione del gruppo con il nome di Ostrich Churchyard sono stati raccolti insieme ad altro materiale da una casa discografica che interpreta al meglio quello spirito e che proprio grazie ad una formazione scozzese, Franz Ferdinand, ha fatto fortuna. La musica costruita dal gruppo guidato da Edwyn Collins è una deliziosa miscela di pop rock indipendente che guarda all’irruenza di certa new wave, ma trova ispirazione soprattutto negli arpeggi di chitarra dei Byrds di Roger McGuinn, omaggiato non a caso in “Consolation Prize”. Un po’ come fanno nello stesso periodo gli Smiths e i R.E.M., con grande personalità e con canzoni che hanno conservato in modo inaspettato tutta la propria freschezza, tanto che difficilmente scoverete tra i dischi usciti negli ultimi anni una melodia perfetta come la solare “Holiday Himns”.

Qualche leggera deviazione c’è. Negli oltre sessanta minuti di “The Glasgow School” ci si può imbattere nei sussulti new wave di “Breakfast Time” o nella furia di “I Don’t Care”, rabbiosa cover dei Ramones. Ma più che altro l’album offre deliziosi frammenti di melodia costruiti con un eleganza ed una naturalezza che hanno eguali appunto solo in classici come Smiths o R.E.M.. Canzoni che coniugano urgenza e grazia, che poi è il segreto dei grandi brani pop.
Il ritmo trattenuto di “Blue Boy” pronto per esplodere nel ritornello, le due eccellenti versioni di “Poor Old Soul” e l’irruenza di “Love Sick”. O ancora l’inizio sussurrato di “Intuition Told Me Pt. 1” che sfocia nel crescendo irresistibile di “Intuition Told Me Pt. 2”, la delicatezza degli arpeggi di chitarra di “Dying Day”, “In a Nutshell” o di “Louise Louise”, con i richiami ai Velvet Underground del terzo disco.

Il talento degli Orange Juice era semplicemente riuscire a riscoprire l’innocenza di una canzone di tre minuti, lontano dal ciarpame da classifica. Che poi si spiega in una perfetta canzone d’amore come “Consolation Prize”, con quel finale incantevole che dice “I’ll never be mad enough for you”. Pura poesia. Un delitto non accorgersene.

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