SUFJAN STEVENS, Illinois (Rough Trade / Self, 2005)

In questa epoca storica asettica che intende la creazione musicale come passerella mediatica e modaiola senza eccezione, si avvertiva il bisogno di uno squilibrato del pop come Sufjan Stevens. Ambizioso e pazzo come Brian Wilson, l’americano del Michigan ha deciso di scrivere e registrare un album per ogni singolo stato della grande nazione e con “Illinois” siamo arrivati al secondo capitolo (il primo era, per l’appunto, “Michigan”).

Attraverso ventidue episodi dai titoli assurdi e surreali, Stevens narra piccole storie di personaggi immaginari – UFO, Zombie, ragazzi con la maglia di John Wayne – e le musica con una grazia che non ci saremmo mai aspettati così eccellente. Ascolto dopo ascolto l’opera si dimostra compiuta, solida, asciutta, matura. La cura del dettaglio è maniacale e ogni arrangiamento brilla di un’ispirazione che nel pop sembrava mancare (se escludiamo i soliti noti come Eels e Badly Drawn Boy). Sono 74 minuti che vorresti non finissero mai. Epici al punto giusto. Toccanti e stimolanti. La perfezione formale che trova un suo quadrato nella buffa catena montuosa che Sufjan sta lentamente e certosinamente costruendo.

Aperture classiche, echi di Tin Pan Alley, orchestrazioni e sperimentazione della canzone, come a dimostrare che nella semplicità della sua struttura, le sorprese di un semplice brano possono essere quanto di più gradito un orecchio possa aspettare (ne è fantastica dimostrazione i sette minuti di “Come On! Feel The Illinoise”). Ma è soprattutto negli interventi strumentali che si può godere appieno della maestria di Stevens: “The Black Hawk” brilla per brio e notturna vitalità mentre nei contrappunti di pianoforte di “The Seer’s Tower” si respira l’aria malinconica della provincia ai lati del sogno americano. Il minimalismo dei testi viene esaltato da un’orchestrazione che sembra rafforzare la liricità e l’intensità delle storie raccontante. Un vero e proprio viaggio lungo le pendici degli Stati Uniti come non li abbiamo mai visti.

Siamo davanti ad un artista tra i più ispirati degli ultimi anni – già “Michigan” e “Seven Swans” ci avevano messo in guardia – che è riuscito a dare forma ad una materia musicale che trova il suo compimento in un ascolto che sembra volersi reiterare all’infinito. Sicuramente la sua prova migliore, che fa ben sperare nella riuscita del suo pazzo progetto e assieme invoglia a volerne ancora. Perché di pop del genere, di quello che si rigenera dalle sue macerie prendendo spunto da ogni forma di suono che passa per l’aria (sia esso folk, country o classica), siamo sicuri che ce ne sia sempre bisogno.

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