POLLY PAULUSMA, Scissors In My Pocket (One Little Indian / Goodfellas, 2004)

Ha ragione Polly Paulusma a schernirsi davanti a chi la paragona continuamente a Joni Mitchell: “Il solo vedere il mio nome accostato al suo nella stessa frase mi riempie di gioia”, dice, “ma non esageriamo: certi paragoni andranno spesi solo dopo il quarto, quinto album, quando avrò avuto modo di maturare ancora”.

Ottima prova di understatement, questa, onesta e ragionevole. “Scissors in my pocket” è solo un debutto, ma un disco che va a toccare corde sensibili, quelle già scosse da Damien Rice solo pochi mesi fa: un folk elegante, morbido; la chitarra acustica accarezzata con dolcezza; il contrabbasso che suggerisce un’educazione jazz; la voce sussurrata, limpida, audace e aristocratica al tempo stesso.

È tutto perfetto, in queste undici canzoni. Troppo perfetto. Temo che la cantante inglese sia caduta nella trappola degli esordienti, quella di volersi ripulire troppo, eliminare gli spigoli: nonostante le qualità, che non metto in discussione, a volte sembra di ascoltare un esercizio di stile, un’esecuzione tecnicamente perfetta ma senza interpretazione.
Sono troppo duro con questo disco? Probabilmente sì: sono canzoni a cui torno spesso, queste; mi cullano con la loro malinconia dolce simile a quella del magnifico debutto solista di Beth Gibbons, con il sorriso di “Dark side”, con la stupenda “I was made to love you” che deve molto a Nick Drake, con l’addio commovente di “Mea culpa”, con le acrobazie vocali di “Perfect 4/4” accompagnate da un pianoforte nudo (una canzone di cui Carole King andrebbe fiera), con il passo trascinante – una corsa elegante, una dama nel suo vestito bianco che non si scompone mai troppo – di “Give it back”.

Vengono spesi solo paragoni importanti per Polly Paulusma, e questo non può essere che un bene: “Scissors in my pocket” è un disco di altri tempi, di campagne britanniche spazzate da un vento leggero e da piogge invisibili. Forse Polly Paulusma non appartiene a questi giorni. Speriamo abbia tutto il tempo di crescere come vuole, e che nel frattempo si scrolli di dosso quell’eleganza un po’ fredda che ci impedisce di innamorarci totalmente di lei.

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