BLONDE REDHEAD, In an expression of the inexpressible (Touch and Go, 1998)

Sulla copertina dei bambini in bianco e nero degli anni ’40 corrono in uno spazio angusto diviso tra due altissime mura viola, sovrastati da un cielo rosso. Sul retro, gli ologrammi dei tre – chitarre e bacchette alla mano – si stagliano sullo stesso sfondo.

Così appare ad un primo sguardo questa “espressione dell’inesprimibile”, secondo lavoro dei Blonde Redhead per la Touch and Go, prodotto questa volta da Guy Picciotto dei Fugazi insieme al solito John Goodmanson. Le nevrosi accumulate con “Fake can be just as good”, rielaborate ed alleggerite divengono la ruota motrice di questo nuovo album; già la voce di Kazu che anticipa le chitarre in “Luv Machine” mostra chiaramente come i componenti del gruppo abbiano raggiunto la maturità, finalmente capaci di far interagire le parti per tastiera di Simone con la restante parte dei brani.

E il tutto viene ancora di più alla luce con i pezzi seguenti: “10” e “Distilled” sono due dei migliori brani dell’intero repertorio Blonde Redhead. Soprattutto quest’ultima, con la sua ritmica avvolgente, rifulge di una luce abbagliante (“is this for me liquid loving is this for me distilled loving”) e propone le chitarre, sempre in riffs efficaci, ma con una carica di tenero rumore mai raggiunto prima. Anche se forse l’apice dell’album è “Missile ++”, perfetto brano elettronico interamente suonato – straordinario in questo caso l’apporto di Simone, forse il più dotato dal punto di vista tecnico -.

E’ poi la volta di “Futurism vs. Passéism part 2”, ripresa del brano conclusivo dell’album precedente, più cadenzata, più nettamente tagliata, più bella, cantata in francese da Guy Picciotto, oramai elevato a padre putativo del gruppo. Com’è ormai d’obbligo arriva il brano di relax, lo splendido “Speed x distance = time”, che anticipa la follia totale della title-track, apice di un percorso del rumore intrapreso fin dagli albori dal gruppo newyorchese e qui portato ai suoi massimi storici. Ipnotico, ossessionante, straziato dalla voce corrosa di Kazu, il brano taglia in due tronconi l’album, rendendolo ancora più indimenticabile. I restanti brani non aggiungono nulla di veramente particolare allo splendore del prodotto, ma si collocano perfettamente nella scaletta, sorta di bonus tracks finali.

Finale da colonna sonora, con il brano strumentale “Justin Joyous”. Finale di uno dei più coraggiosi progetti musicali portati avanti negli anni ’90: riuscire a esprimere ciò che non si può esprimere. Ora che i Blonde Redhead ci sono riusciti possono approdare ad altri lidi, in un altro millennio.