WILCO, Yankee Hotel Foxtrot (Nonesuch, 2002)

Il rischio che si corre con il nuovo disco dei Wilco è prestare troppa attenzione al rumore che ne ha anticipato la pubblicazione più che alla musica che contiene. Del resto è innegabile che “Yankee Hotel Foxtrot” porti i segni inconfondibili del disco di culto: il rifiuto da parte della Sire di pubblicarlo perché considerato troppo sperimentale, nonché il coinvolgimento nelle registrazioni di Jim O’Rourke, una figura chiave nella musica alternativa americana degli ultimi tempi. Così per appropriarsi fino in fondo di questo disco, bisogna scansare queste voci e dimenticarle. E poi immergersi completamente negli undici brani che costituiscono “Yankee Hotel Foxtrot”.

Perché sono proprio le canzoni a rendere grande questo disco. La penna di Jeff Tweedy, il principale compositore dei Wilco, è sempre stata eccellente già quando militava nel gruppo con cui ha iniziato a farsi conoscere, gli Uncle Tupelo. Solo che la sua scrittura si è fatta più moderna, abbandonando i richiami alle radici del suono americano, al folk e al country. Certo, qualche traccia del passato è ancora presente. “I’m the Man Who Loves You”, per esempio, ha l’andamento di una ballata country, e la splendida “Jesus, Etc.”, nasce dal suono di un violino prima di approdare ad uno splendido soul, in cui tra l’altro Tweedy scrive uno dei testi più belli del disco e intona “Avevi ragione a proposito delle stelle, ciascuna è un sole che tramonta”. Ma più che altro i Wilco guardano oltre.

Lo si capisce sin da “I Am Trying to Break Your Heart”, sospesa a mezz’aria in un’atmosfera onirica che sembra prossima agli ultimi Radiohead, appoggiata su tastiere liquide e qualche rumore in sottofondo. Un’aria straniante e piena di fascino che si ritrova più volte nel resto del disco, ma che nasconde una vena melodica splendente.
E’ lo stesso per gli abissi che svela “Radio Cure”, in cui Tweedy confessa “There is something wrong with me”, che si appoggiano soltanto su un leggerissimo tappeto percussivo, su una chitarra acustica e su qualche nota di piano, eppure lasciano segni profondi. La stessa inquietudine affiora in “Poor Places”, una cantilena che cresce sulle note di tastiere e piano, e nella conclusione struggente
di “Reservations”.

Il resto del disco è invece una manciata delle migliori canzoni pop ascoltate negli ultimi anni. Tweedy dimostra di avere una scrittura asciutta ed efficace, e offre brani senza fronzoli e ottime melodie, come stanno lì a dimostrare l’eccellente “Kamera”, la ballata beatlesiana “Ashes of American Flags” e il ritmo incalzante di “Pot Keattle Black”. Ma costruisce anche brani che sanno colorarsi d’improvviso come l’incedere sicuro di “War on War” o il caracollare allegro di “Heavy Metal Drummer”, una cosa buffa che sprigiona allegria e racconta di vecchie canzoni dei Kiss suonate in gioventù.
Così, dopo aver ascoltato tutto, si comprende che “Yankee Hotel Foxtrot” è in effetti un grande disco. Per le canzoni di cui è fatto e per nessuna altra ragione.

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