PJ HARVEY, To Bring You My Love (Island, 1995)

Polly Jane Harvey è una ragazzina con gli occhi grandi, il fisico esile e la pelle chiara. Almeno così sembra nelle foto e nelle interviste in tv. Ma ascoltando questo album si fa fatica a credere che questa ragazzina sia sola dentro il suo corpo da scricciolo, che davvero sia solo lei a cantare, urlare e sussurrare; deve trattarsi di una specie di condominio di anime femminili. Da qualche parte ci deve essere una donna vecchissima, ma anche una ragazza madre, e poi una strega malefica; e ancora Medea sporca del sangue dei figli, e certamente Eva tentatrice.

E poi, soprattutto, PJ, che dà voce e corpo ad un universo femminile che urla e si contorce sotto il peso delle sue antiche condanne; che si sottrae al suo destino di “angelo del focolare” per immolarsi su un blasfemo altare di lascivia, dove il piacere e il dolore si confondono in un unico fremito isterico, che proviene cioè da quel posto da cui viene ogni uomo e in cui ogni uomo vorrebbe tornare (dopo questo disco, un po’ meno).

I suoni dell’album sono scarni, spesso sporchi, ricordano le cose più tenebrose di quell’altro invasato di Nick Cave: impressioni di chitarra, organi spettrali, (“Teclo”, “To Bring You My Love”) si alternano a cupe pulsazioni distorte (la fiaba orrida “Down By The Water”, “Working For The Man”), creando una buia caverna di suoni che ti inghiotte alle prime note e ti risputa fuori solo dopo l’ultima The Dancer. Più che un disco, un sabba. E un capolavoro, ma non per tutti.

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