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Tenere d’occhio l’Australia (e il tempo che arriva dopo)
Ho imparato di recente a tenere sempre un occhio puntato sull’Australia. Dal botto di Amyl & the Sniffers, perché diciamolo: se lo meritano, il botto. E quindi niente, ho cominciato a presidiare su Bandcamp qualunque uscita provenisse dall’Australia e avesse esplicitamente delle chitarre elettriche (almeno un po’) distorte. Oh, non sto sempre lì a controllare, il momento esatto dell’uscita. Mica mi pagano. Quindi ecco, parlo ora degli Station Model Violence, disco omonimo uscito a febbraio. Magari posso dare la colpa al fatto che il cablogramma dall’Australia ci ha messo un po’ ad arrivare, che la nave che portava il disco e la notizia ha dovuto circumnavigare l’Africa perché sulla rotta per Suez non si sa mai. Il disco però l’ho bello che ascoltato, no, lo sto consumando. E poi dice bene Paolo (Bardelli n.d.r.), l’Australia arriva dopo, ma la roba che fanno da quelle parti è come se fossero i primi a farla, quasi con incoscienza. Parole sue, più o meno.
Post‑punk senza cosplay (binari, detriti e grattacieli)
Quindi ecco, gli Station Model Violence fanno post punk, figlio degli ’80 (ci senti pure i ’70, ma arriviamoci) e aggiornato come quello “odierno”, cioè magari quello angloamericano di qualche anno fa, quando io magari ero distratto. Però è fresco, freschissimo. Fanno questo, gli australiani, ti suonano magari un riff 60’s punk con le tute di acetato in una discarica con sullo sfondo dei grattacieli di vetro. Ed è tutto giusto, non è mai cosplay. Mai. Gli angloamericani e gli europei sono storicizzati: oggi va il glitch, domani l’elettroacustico, dopodomani preferiamo i synth. Senti il suono di una band e non sbagli a indovinare l’anno, più/meno due anni. Con gli australiani come fai. Coi Civic come fai. E coma fai pure con gli Station Model Violence. Brutti, appeal zero. Prendi una nuova promessa di Londra sud, magari pure brava, e pare una sfilata di fast fashion. Se a questo punto però pensate che gli Station Model Violence puzzino, siete proprio fuori strada.
Alienazione e zero‑uno‑zero‑uno
Già il suono è nitidissimo, all’attacco di Learn To Hate. Sax e trama elettroacustica, chitarre che chiunque altro userebbero per tirare fuori sequenze melodiche e cadenzate di note che si chiamano riff, non pennellate espressioniste circolari come fanno loro, su un tappeto ritmico che è quasi come se fosse motorik. Come se fossero i Neu. Argh, l’ho detto. I ’70, dicevo, ma non quelli che immaginavate, magari. Tutto quasi robotico, binario, zero-uno-zero-uno, battito costante e note pochissime. Però tese. C’è un sax, strano, eh, e non capisci se sono i Roxy Music robotizzati o gli Psychedelic Furs in formato treno. Praticamente i Wire, a tratti. Ritmi e chitarre come binari, dritti voci umane, mica sono i Kraftwerk, ma scandite. Paesaggi lunari. La violenza non è solo nel nome, ma forse è più alienazione, in realtà. In Immolation un po’ ci si ribella, con un ritornello, o quel che è, che a un certo punto diventa persino una canzone vera, Leisure è quasi dark/goth. Un po’ inglese, un po’ come lo re-interpretavano oltre cortina, il post-punk, gente come i Siekiera, in Polonia, o i serbi Luna (ai tempi jugoslavi). In Drip Away arriva la rabbia vera e nel riff dopo lo zero-uno-zero-uno appare un “due” e fa male. E infatti è il pezzo più punk, gli Iceage alle prese col repertorio dei Killing Joke. O viceversa. Insomma, gran disco, davvero. Ascoltatelo tutti, a patto che non ne facciate una questione di zeitgeist. Con gli australiani non attacca, non ci cascano. Loro sono laggiù e del tempo se ne fregano. Fanno bene.
80/100
(Lorenzo Centini)

