Share This Article
#tbt
I Lilys appartengono di diritto a quella ristretta nicchia di band che nel corso della loro carriera hanno saputo reinventarsi mille volte, cambiando generi e ispirazioni anche drasticamente. Non tutti quelli che hanno il coraggio di compiere questo tipo di operazione riescono sempre a portare a casa buoni risultati. Nel caso dei Lilys, almeno per gran parte della loro carriera, abbiamo a che fare con la produzione di grandi album; un giudizio che si coglie meglio con il passare degli anni, quando si è meno legati alle reazioni dell’epoca.

Dallo shoegaze al sogno americano sotterraneo
Lilys è essenzialmente un progetto che incapsula le idee di Kurt Heasley: la formazione non è mai stata stabile ed è sempre variata ampiamente nel corso degli anni. La band si forma nel 1988 nei pressi di Washington D.C., ma il debutto discografico arriva solo nel 1991 con il primo singolo “February Fourteenth”, presto seguito nel 1992 dal primo album, In The Presence Of Nothing. Quello che si sente in queste prime uscite è uno shoegaze di ottima finitura. Loveless dei My Bloody Valentine era uscito da poco, impattando alla grande nel mondo del rock con le sue sonorità eteree, le chitarre stratificate, le modulazioni estreme. Non stupisce quindi che i Lilys siano stati considerati a caldo solo una delle tante band emule, fin troppo simili ai capostipiti del genere. Eppure, pensando all’evoluzione che lo shoegaze ha avuto fino al giorno d’oggi, In The Presence Of Nothing mostra una voce articolata e peculiare. Ci sono esperimenti di pregio: in “Elisabeth Colour Wheel” viene costruita una bellissima melodia su un quasi “fastidioso” drone di una nota di chitarra leggermente modulata. In “It Does Nothing For Me” il distante e reverberato incrocio di voci maschili e femminili viaggia sospeso su un mare di feedback e chitarre con tremolo. I dodici minuti di “The Way Snowflakes Fall”, soprattutto, mostrano quanto il confine tra psichedelia, noise ambient e drone music possa essere davvero sfumato.
In quegli anni, nel nord-est americano, si va consolidando una nuova scena che proprio su queste idee trova il suo punto di forza e che verrà chiamata, con una simpatica storpiatura della città che ne fu il centro, “Psychedelphia” (per fare qualche nome: Flowchart, Lenola, Bardo Pond, Photon Band, The Asteroid No.4, Azusa Plane, Aspera Ad Astra e molti altri). Il mini-album del 1994 A Brief History of Amazing Letdowns è un’altra piccola perla che mostra come Heasley possegga anche sottotraccia una forte vena pop, che sa esaltare quando vuole, come nella splendida “Ginger” o “Any Place I’ve Lived”, che fanno suonare i Lilys quasi come una versione più lo-fi dei Weezer.
Tra pop, euforia e marche di jeans
Se si può fare un distinguo, seppur labile, tra shoegaze e dream pop, forse lo si rintraccia nel passaggio dal primo al secondo album dei Lilys, Eccsame The Photon Band: meno rumoroso del precedente, più psichedelico. Qui spicca il brano di apertura “High Writer At Home“, forse una delle cose migliori mai scritte dalla band: un sogno lisergico in cui si viene cullati dalla melodia e dall’effettistica fino al climax finale, quando drum machine e sintetizzatori invadono la scena. C’è più spazio e respiro in questo lavoro, le atmosfere si dilatano e sembrano guardare, almeno in parte, alla lezione dei secondi Talk Talk. Cosa succeda nei due anni successivi rimane un po’ un mistero. Sappiamo però che molta gente, accendendo la TV in un pomeriggio del 1996, si trova davanti il nuovo spot pubblicitario dei jeans Levi’s (diretto da Roman Coppola), in cui un gruppo di ragazzi trasforma un’auto funeraria in un colorato caravan hippie: il brano che lo accompagna, dal sapore fortemente beatlesiano, è “A Nanny In Manhattan” e la band… beh, sono proprio i nostri Lilys. Con questo brano avranno il loro quarto d’ora di celebrità, con tanto di apparizione a Top Of The Pops.
La forma della suite barocca
Probabilmente nel frattempo Kurt si è fatto una bella scorpacciata di 60s a base di Kinks, Beatles, Beach Boys, Who e Small Faces. La cosa sorprendente è come abbia saputo coniugare il tutto nei brani che compongono le uscite successive: “Better Can’t Make Your Life Better” (1996), l’EP Services (For The Soon To Be Departed) (1997) e The 3rd Way (1999). Qui i Lilys costruiscono lunghe ed articolate “suite”, con parti giustapposte, temi che vanno e vengono, finti ritornelli, interventi orchestrali, cori e molto altro, come se Heasley fosse in preda a una sorta di delirio di onnipotenza in cui si crede un novello Brian Wilson o un Paul McCartney sotto steroidi. Anche qui, come nella precedente fase stilistica, c’è chi ha liquidato tutto come mero “revival”, ma ascoltando bene i brani si scopre che, sebbene il vocabolario di base delle trovate sonore sia quello dei magici ’60s, l’elaborazione finale è molto sofisticata: in pezzi come “Can’t Make Your Life Better”, “The Tennis System”, “Socs Hip” o “The Spirit Merchant” succede davvero di tutto.
Svolta elettronica e ultimo miglio

E così, anche nel 1999, Kurt sbaraglia le carte e pubblica un EP dal titolo Zero Population Growth, in cui vira verso un rock elettronico kraut minimalista alla Neu! e Cluster, con sei brani costruiti su motorik e synth lo-fi. Forse qui un po’ di manierismo, senza troppa innovazione, c’è davvero: l’ascolto è piacevole ma l’impressione è che sia stato fatto più per divertimento che per autentica urgenza artistica. Gli ultimi due album a nome Lilys, Precollection (2003) — uscito in Europa l’anno successivo come The Lilys — e Everything Wrong Is Imaginary (2006) sono forse quelli che rimangono un po’ più anonimi. Il che è curioso, perché pare che Heasley abbia finalmente deciso di staccarsi dall’uso maniacale di generi ben codificati per cercare una strada più personale.
I brani interessanti non mancano, soprattutto nel primo — la trascinante “Squares” o “Will My Lord Be Gardening” — però si fatica, nel complesso, a emozionarsi come era accaduto nei dischi precedenti. A questo punto i Lilys entrano in una sorta di standby, intervallato da brevi tour in cui, di volta in volta, danno più o meno spazio ad alcune fasi specifiche della loro carriera. Nel 2009 vengono invitati a suonare all’All Tomorrow’s Parties, curato quell’anno proprio da Kevin Shields dei My Bloody Valentine, che si spende in prima persona per assicurarsi la loro presenza. Nel 2012 arriva l’ultima uscita discografica, uno split single con i Big Troubles, Well Traveled Is Protest. Molti dei loro album, nel frattempo diventati di difficile reperibilità, hanno finalmente ottenuto ottime ristampe in vinile e in digitale tra il 2015 e il 2021 (i primi album shoegaze da Frontier Records, Better You Can’t Make Your Life Better e The 3rd Way da Sundazed).

Forse i Lilys non hanno mai cercato di essere centrali, né definitivi. Hanno seguito le proprie ossessioni, trasformando ogni fase in un laboratorio di forme e nostalgie. Ma sotto i cambi di pelle è sempre rimasta una personalità riconoscibile: la capacità di trascinarti in mondi diversi e, ogni volta, emozionare. Ed è questo che li rende degni di nota ancora oggi.
(Saverio Paiella)


