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Monk, Roma, 10 dicembre 2025
Sono passati vent’anni da Pretty in Black, il secondo album dei Raveonettes. Nel frattempo la band danese ne ha infilati altri sette, nonostante a un certo punto avessero dichiarato di non volerne pubblicare più (fan di Bon Iver, non mollate). Quale momento migliore, dunque, per celebrare questo anniversario? O meglio, usarlo come pretesto per rimettersi in carreggiata perché anche se l’occasione è ovvia, il tour non è un’operazione celebrativa. Certo, Pretty in Black affiora qua e là, ma il set del loro concerto pesca senza risparmio da un catalogo che ormai racconta quasi un quarto di secolo di carriera.
Per questo giro, il duo danese composto da Sune Rose Wagner e Sharin Foo, entrambi alla chitarra, è affiancato solo da Jakob Hoyer alla batteria (quanto basta per irrobustire il loro sound bello fitto e avvolgente). Nessuna band di apertura e si parte forte subito. L’attacco è con “Blackest”, cupa nel nome, nel mood e ancora di più nell’illuminazione (o nella quasi totale assenza di essa). Un’apertura magnetica, seducente, che strega subito la sala e apre la strada a “Killer” e “Speed”, un tris che attinge dal più recente PE’HAI II. Da lì il set di quasi due ore continua a scavare nella discografia, alternando brani imprescindibili e fan favourite (“Aly, Walk With Me”, “Dead Sound” e “Love in a Trashcan”) ad altri che spesso vanno e vengono dai loro live (“Veronica Fever”, “Hallucinations”).
I Raveonettes vivono di richiami dichiarati, con un’estetica tra il noise dei Jesus & Mary Chain e dei My Bloody Valentine e il rock retrò dei Kinks ed Everly Brothers. Ma i riferimenti non si esauriscono quasi mai e proprio in quel gioco di rimandi che la band colpisce in chiusura. Prima con una cover di “Venus in Furs” dei Velvet Underground, rifatta nel pieno del loro stile, e poco dopo con un ultimo omaggio, questa volta più fedele e diretto, agli Stone Roses con “I Wanna Be Adored” in tributo al bassista “Mani”, scomparso di recente.
Il cuore del loro live resta la chimica tra Sharin Foo e Sune Rose Wagner, ma ciò che colpisce davvero è il loro sound, un minimalismo calibrato che con pochi accordi e montagne di riverberi trasforma il semplice in ipnosi pura. Le chitarre si allargano, le parole filtrano tra le crepe del muro di suono e i brani che iniziano in un sussurro finiscono per esplodere in effetti e distorsioni. Insomma, si finisce inevitabilmente travolti da una performance solida, senza tempo e, soprattutto, ad alto volume.


