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Black Rebel Motorcycle Club – Fabrique – Milano – 26 novembre 2025
Il ritorno dei Black Rebel Motorcycle Club al Fabrique di Milano, quasi sette anni dopo dall’ultima, ha visto la celebrazione del ventesimo anniversario di Howl, uno degli album più discussi e divisivi della band californiana.
E proprio questa operazione, come spesso accade nei tour commemorativi, ha mostrato i suoi punti di forza e i suoi limiti.
Preceduti dai ruspanti Night Beats, coadiuvati in un paio di brani da Robert Levon Been, i BRMC aprono con “Devil’s Waitin’ ”, “Shuffle Your Feet” e “Howl” un tuffo emozionante nel passato: polvere, gospel e minimalismo acustico ossia gli ingredienti che rendono Howl unico e particolare nella discografia dei BRMC.
La possibilità di riascoltare dal vivo questi brani, alcuni dei quali assenti dalle scalette da anni, è stata un colpo al cuore.
Come prevedibile riproporre quasi per intero un album che non è composto esclusivamente da pietre miliari, comporta un inevitabile calo di tensione.

Dopo la prima metà la sequenza di brani come “Still Suspicion Holds You Tight”, “Promise” o “Weight of the World” ha rallentato il ritmo.
Pezzi “minori”, non abbastanza incisivi da reggere il confronto con l’impatto iniziale. La posso definire come una fase più contemplativa che coinvolgente, durante la quale il pubblico è rimasto attento, ma senza veri sussulti.
Sul palco, Peter Hayes, incappucciato dal primo all’ultimo minuto, è rimasto fedele al suo ruolo: nessuna parola, solo musica, anche al trombone oltre che alla chitarra e tastiere, a viso scoperto erano invece la solida Leah Shapiro e un Robert Levon Been comunicativo, spezzando con qualche frase di circostanza un’atmosfera a tratti, giustamente, diventava troppo pesante.
La linea di demarcazione è stata “Red Eyes and Tears” dove il concerto si è trasformato.
“Awake”, “Beat the Devil’s Tattoo”, “Berlin”, “Conscience Killer”, “Spread Your Love”: una scalata continua con la riporva che alcuni brani post-Howl superino in potenza i suoi episodi più deboli.
La chiusura con “Open Invitation”, intima e sospesa, ha chiuso due ore abbondanti di show solido ma a corrente alternata, con una testa e una coda memorabili e un centro più irregolare: un ritratto, in fondo, fedele dei BRMC stessi.

