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Se oggi si sta affermando una nuova sensibilità intorno all’arpa, parte del merito va anche a Kety Fusco. Artista e compositrice italo-svizzera, il 19 settembre ha pubblicato il suo secondo album, BOHÈME, per l’etichetta svizzera A Tree In A Field Records. Qui l’arpa si rivela in forme inattese: ogni suono nasce dalle sue corde e viene trasformato da manipolazioni sonore e tecniche sperimentali dando vita a un linguaggio personale e d’avanguardia. Ma lasciamo che sia lei stessa a raccontare la sua arte: l’intervista.
L’arpa è tradizionalmente associata al mondo classico e accademico, eppure tu l’hai portata in territori nuovi, dal pop all’elettronica, riattualizzandone l’immaginario. Per questo immagino che ti bombardino con le stesse domande sull’arpa. Ti sei mai sentita stanca di dover affrontarle di continuo, oppure per te resta un tema inesauribile di conversazione?
Mi sono chiesta anch’io se le stesse domande sull’arpa potessero diventare ripetitive. In realtà sono necessarie: ogni “perché l’arpa?”, “perché così?”, “perché portarla fuori dal classico?” aggiunge un tassello a una coscienza collettiva sullo strumento. Ripetere non significa girare in tondo: significa sedimentare un cambio di sguardo. Ogni risposta sposta di un millimetro l’immaginario comune. Vengo dal mondo accademico, ma il mio lavoro è stato disimparare alcune abitudini per lasciare che l’arpa diventasse altro: corpo che respira, legno che vibra, metallo che gratta. Uso tecniche estese, percussioni sul telaio, corde stoppate, elettronica, feedback controllato, campionamenti e un sustain system che ho sviluppato apposta per allungare il respiro delle corde. In DAZED cercavo il battito; in BOHÈME ho esplorato l’ombra, la frizione, la parola che graffia. Le mie risposte cambiano perché cambia la mia ricerca: non sto difendendo l’arpa “dalle etichette”, la sto ri-contestualizzando ogni volta. C’è anche un aspetto quasi pedagogico: lo stereotipo dell’arpa eterea non si scioglie con un singolo concerto. Si scioglie quando, intervista dopo intervista, performance dopo performance, le persone iniziano a dire: “Non pensavo che l’arpa potesse suonare così”. In quel momento capisco che vale la pena rispondere ancora: non è un tema personale, è un lavoro culturale. Per questo non mi stanco. Finché le domande aprono porte — verso l’elettronica, il punk, la cultura pop, il cinema, la scrittura — il tema resta inesauribile. L’arpa, se la lasci parlare senza pregiudizi, continua a rivelare voci nuove. E io sono qui per ascoltarle e farle ascoltare.
Da queste idee nasce, appunto, BOHÈME, il tuo nuovo album. Come la copertina, le tracce e il titolo dell’album dialogano tra loro?
BOHÈME per me non è solo un titolo, ma un modo di vivere: significa libertà assoluta, rifiuto dei compromessi, la scelta di seguire strade non battute. Ogni brano nasce da questa urgenza: ci sono momenti di resistenza e fragilità, zone d’ombra ma anche aperture verso la luce. Penso a un brano come “Resistance”, che è lotta e ostinazione, o a “Für Therese”, che porta dentro la memoria e la reinvenzione di un classico. Anche la copertina è parte di questo universo. Ho immaginato l’arpa dentro di me: le corde diventano lacrime che scendono dagli occhi, come se lo strumento piangesse e si liberasse dalla sua immagine tradizionale. La mia acconciatura anni ’70 richiama un’epoca di rivoluzioni culturali e artistiche, e racchiude lo stesso spirito che attraversa la musica. Tutto dialoga come un corpo unico: il titolo che evoca indipendenza e anticonformismo, i suoni che portano l’arpa in territori graffianti e imprevedibili, l’immagine che restituisce questa tensione emotiva. BOHÈME è un viaggio che non si ferma alla musica: è visione, simbolo, esperienza totale.

Nel tuo primo album, Dazed, hai lavorato con Clap! Clap!, produttore italiano noto per la sua elettronica che mescola dance, club e influenze world; un disco dal respiro più ritmico e pulsante. Con BOHÈME invece entri in ambienti più lenti e oscuri, ribaltando l’immagine angelica dell’arpa, e qui arriva anche la collaborazione con Iggy Pop. Entrambi i featuring sembrano calzare e sintetizzare anche l’essenza di ciascun album: il primo più movimentato, il secondo più scuro e graffiante.
Ogni album per me è un capitolo diverso, con un’identità che nasce spontaneamente dal mio vissuto. Dazed era un lavoro in cui ero attratta dal “canto” dell’arpa: ogni brano poteva essere intonato come una canzone, accompagnato da un’elettronica digitale che sorprendeva e faceva muovere. Lavorare con Clap! Clap! è stato naturale: la sua visione tribale ed elettronica ha dato energia a questa spinta ritmica. Anche nei live, con Dazed, volevo staccarmi totalmente dal mondo classico. In quel periodo ero satura del percorso accademico, al punto da togliere dalla mia biografia ogni riferimento alla mia formazione classica. Sul palco portavo solo me stessa, l’arpa elettrica e quattro pedali, con basi elettroniche: un set nudo e crudo, che segnava una rottura netta con tutto ciò che mi aveva preceduta. Poi è arrivato Chapter I, un disco breve, quasi un manifesto di 19 minuti. Non era pensato come un album “per il mercato”, ma come un’esperienza radicale: lì ho fatto vivere all’arpa la storia della fine del mondo, un racconto apocalittico che mi ha permesso di esplorare nuove possibilità espressive. Nei live di Chapter I ho deciso di portare due strumenti: l’arpa elettrica e l’arpa celtica, che suonavo insieme. Era il mio modo per far dialogare l’antico e il moderno, per mostrare come le radici e l’innovazione potessero coesistere nello stesso respiro. Con BOHÈME sono scesa in una dimensione più intima e oscura. È un disco molto preciso, dettagliato, in cui ho cercato un suono che potesse “entrare nelle vene” di chi ascolta. L’elettronica nasce direttamente dall’arpa, che genera da sé i propri mondi paralleli. La voce di Iggy Pop ha incarnato questa dimensione ruvida e sciamanica, amplificandone il lato più graffiante. Anche dal vivo BOHÈME è un’evoluzione: sono tornata all’arpa classica, ma trasformata. All’interno ho installato 47 microfoni e un piezo che genera percussioni, insieme a un tubo che crea risonanze vocali dentro la tavola armonica. A questo si aggiunge la parte visiva, generata dall’intelligenza artificiale, che non è un semplice contorno ma un’estensione narrativa della musica.
Forse un po’ presto per parlarne, ma per il terzo album? Hai già in mente quale sarà la sua identità e magari quale voce lo accompagnerà?
Per il terzo album ho già chiara la direzione: sarà un disco interamente fatto di collaborazioni, dove l’arpa resta protagonista ma dialoga con mondi sonori diversissimi — trap, pop, rock, urban, musica cinematografica. Non per dimostrare che “può fare tutto”, ma per mostrare quanto sia fluido e universale il suo linguaggio. Nei live immagino un’arpa che diventa ponte tra universi lontani, capace di ospitare voci e stili apparentemente inconciliabili. Credo che la vera forza della musica sia proprio questa: creare incontri inattesi che cambiano la percezione di uno strumento e, forse, anche delle persone che lo ascoltano.
Ascoltando Bohème, quando arriva “Für Therese” sembra quasi inevitabile pensare: ‘Ecco, questa è esattamente la cover che farebbe Kety Fusco’. Non una copia dell’originale, ma una vera e propria rilettura personale, che aggiunge significati nuovi e ricontestualizza un classico. In altre parole, come dovrebbero essere le cover. Mi incuriosisce molto l’aneddoto: perché ti ha colpito così tanto la teoria di Beethoven su “Für Therese” e non “Für Elise”? E secondo te, oggi questa ipotesi ha un fondamento solido o resta più una suggestione che lascia spazio all’immaginazione?
Mi ha colpito proprio il fatto che una delle melodie più celebri al mondo, che tutti conoscono come “Für Elise”, in realtà possa nascondere un equivoco storico. L’idea che Beethoven abbia forse dedicato il brano a una “Therese” e non a una “Elise” apre uno squarcio affascinante: ci mostra quanto la storia della musica sia fatta di interpretazioni, errori, riscritture. È un dettaglio, certo, ma per me diventa una metafora potente: niente è mai definitivo, anche un capolavoro può essere guardato da un’altra prospettiva. Quando ho deciso di reinterpretarlo come “Für Therese”, volevo proprio restituire questa sensazione: non suonare una “cover” scolastica, ma risignificare un classico. Non ripeterlo, ma spostarlo, farlo diventare qualcosa di mio, quasi un nuovo brano. Credo che la teoria resti soprattutto suggestiva: ci sono studi che la sostengono, ma non abbiamo certezze assolute. E forse è proprio questo il bello: che rimanga uno spazio per l’immaginazione, per le ipotesi, per la poesia. In fondo, se tutti continuano a chiamarlo “Für Elise”, io mi sono divertita a ridargli voce come “Für Therese”, un po’ per ribellione e un po’ per amore della possibilità che dietro alla musica ci sia sempre un mistero.
Finora hai lasciato che a parlare fosse il tuo strumento, ma in futuro pensi di integrare anche la tua voce come elemento narrativo o musicale, o preferisci continuare a lasciare all’arpa il ruolo di protagonista?
Io sono una strumentista, non una cantante, e la mia forza è stata proprio quella di lasciare che fosse l’arpa a diventare voce: che narrasse, che cantasse, che gridasse al posto mio. Non sento l’urgenza di mettermi a cantare: ci sono già molte arpiste che lo fanno con grande talento e con una bellissima voce. Il mio compito è un altro: dimostrare che l’arpa, da sola, può reggere un live di un’ora e mezza, trasformandosi in un universo intero. Voglio spingere la conoscenza dello strumento fino allo stremo, esaurirmi dentro questa ricerca senza dover ricorrere a un altro mezzo come il canto. Non saprei davvero cosa dire con le parole: ho bisogno che sia l’arpa a farlo per me, perché lei è la mia voce. Detto questo, la voce mi affascina come materia sonora. In BOHÈME l’ho già intrecciata con la mia musica, sia attraverso la collaborazione con Iggy Pop che con cori che ampliano lo spettro dell’arpa. È in questa direzione che immagino il futuro: nel mio terzo album ci sarà spazio per la voce, ma non come obiettivo personale di diventare cantante, bensì come parte di un grande lavoro di collaborazioni con cantanti veri, che porteranno ciascuno il proprio linguaggio a dialogare con l’arpa.
Dallo studio al live invece, qual è stato per te lo stage più bello dove hai suonato? La lista è lunga e impressionante, ma il live alla Royal Albert mi è sembrato imperdibile.
La Royal Albert Hall è sicuramente uno dei momenti più forti della mia carriera: lì ho presentato il mio album sperimentale e per me è stato un punto di svolta, la sensazione di entrare in uno spazio che appartiene alla storia della musica e lasciare un segno con qualcosa di completamente mio. Allo stesso tempo, ci sono altri luoghi che porto nel cuore. Al Montreux Jazz Festival, ad esempio, ho avuto la fortuna di aprire per Jeff Mills, e l’anno successivo di presentare il mio album. Quest’anno ci sono tornata con BOHÈME: Montreux per me non è solo un festival, è una casa dove sento di crescere insieme alla mia musica. Amo moltissimo anche suonare in Messico e in Sud America: lì c’è un pubblico che ha un amore viscerale per l’arpa, che si commuove e mi commuove a sua volta, rendendo ogni concerto un’esperienza intensa e irripetibile. In Italia invece ricordo con emozione il Jazz:Re:Found, uno dei festival che ammiro di più, e il Teatro dell’Opera di Roma, un’esperienza che non dimenticherò mai. In fondo, non esiste uno “stage più bello” in assoluto: ognuno di questi palchi mi ha restituito qualcosa di diverso, ma sempre profondamente legato al senso di appartenenza e di connessione con chi ascolta.
Negli ultimi anni sembra stia nascendo una nuova sensibilità intorno all’arpa, portata in territori più pop, o comunque meno accademici, da arpiste contemporanee che come te la intrecciano con mondi diversi anche grazie a collaborazioni con vere e proprie leggende di vari generi musicali. Penso a Mikaela Davis che si muove verso il rock psichedelico con Bob Weir dei Grateful Dead, o a Brandee Younger con l’hip-hop insieme a Pete Rock. Tu, come dicevamo prima, elettronica e punk con Iggy Pop. Secondo te possiamo parlare di un vero e proprio fenomeno in crescita, considerando che fino a poco tempo fa lo strumento non aveva mai avuto questa visibilità? E di questo movimento che sembra emergere, ti senti parte?
Quelle che hai citato sono artiste che ammiro profondamente, perché stanno aprendo nuove strade per l’arpa nei loro mondi musicali. Brandee Younger con l’hip-hop, Mikaela Davis con il rock psichedelico: hanno avuto il coraggio di portare lo strumento in territori che prima non gli appartenevano, e lo hanno fatto intrecciando la loro voce con l’arpa, creando una dimensione doppia molto potente. Io mi colloco in un punto diverso: non canto, e questo mi rende una nicchia nella nicchia. La mia ricerca è interamente strumentale, e ha un carattere forse più crudo, sperimentale, a volte persino radicale. In questo senso mi sento vicina, ad esempio, a figure come Melissa Achtem, che affronta l’arpa come se fosse materia viva da scolpire, da forgiare come il legno o l’acciaio. Non credo tanto a un “movimento” unitario, ma a un coro di voci diverse che stanno costruendo insieme un nuovo immaginario dell’arpa. Ognuna di noi porta avanti la propria strada con dedizione assoluta, e questo per me è il vero punto di contatto: che sia con il canto o solo con le corde, stiamo tutte lavorando per dare allo strumento una voce nuova, contemporanea, capace di raccontare il nostro tempo.

Ora invece non più la musicista, ma la fan. Qual è stato il concerto più bello a cui hai assistito?
Uno dei concerti che più mi ha segnato è stato quello di Nick Cave: è stata un’esperienza quasi catartica, mi sono davvero commossa. La sua musica l’ho vissuta come un rito collettivo, un momento in cui mi sentivo connessa non solo a lui, ma a tutte le persone intorno a me. Un ricordo molto diverso, ma altrettanto potente, sono stati i Carmina Burana all’Arena di Verona: è un’opera che amo da sempre e che ogni volta mi dà i brividi. E poi Róisín Murphy, che considero la regina assoluta: l’ho vista tre volte, e ogni volta finisco per pensare ironicamente “ok, mi sposto”, perché la sua presenza scenica è talmente forte che riempie ogni angolo del palco.
E se dovessi scegliere, chiudendo il primo quarto di secolo del nuovo millennio, i tuoi cinque album preferiti dal 2000 a oggi, quali sarebbero?
Se penso agli album che più mi hanno colpito dal 2000 a oggi, direi Vrioon di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto, Push the Sky Away di Nick Cave, Vespertine di Björk, la colonna sonora di Chernobyl di Hildur Guðnadóttir, e infine Moderat II di Moderat. Ammetto che ho fatto fatica a sceglierne solo cinque, ma questi sono quelli che in questo momento sento più vicini.
Ci avviciniamo alla fine e ti propongo una mini-rubrica in cui riprendo alcune frasi da interviste passate per rimetterle in gioco. A Ticinonline raccontavi di essere un’amante dell’horror e di aver riguardato Twin Peaks, che ti ha ispirata nella creazione di un certo immaginario sonoro. Nell’intervista si parlava di “She”, ma direi che il riferimento si può estendere a tutto l’album. Mi sono immaginato una scena: tu sul palco del Roadhouse, alla fine di una puntata della terza stagione. Se davvero ti avessero chiamata per suonare lì, che brano avresti portato? Rimanendo in tema horror, sei mai stata contattata o ti piacerebbe lavorare per una colonna sonora?
Se mi avessero chiamata a suonare al Roadhouse avrei portato proprio “She”: è un brano che vive di ombre, di tensioni sottili, con quell’inquietudine quasi lynchiana che trovo perfetta per l’universo di Twin Peaks. In realtà tutto l’album BOHÈME nasce anche da un immaginario vicino al cinema, e spesso mi sono ispirata all’horror. A dieci anni ho visto da sola Il sesto senso, a dodici Evil Dead di Sam Raimi (i miei genitori non lo sanno ancora, credo!) — forse sono rimasta un po’ traumatizzata, ma soprattutto ho iniziato ad ascoltare con attenzione la musica che accompagnava quelle scene. Per me il cinema è sempre stato 50% immagine e 50% colonna sonora. Non sono ancora stata contattata per una colonna sonora horror, ma mi piacerebbe moltissimo. Credo che l’arpa, soprattutto quando la porto fuori dai suoi limiti tradizionali, abbia un potenziale enorme per creare tensione e paesaggi sonori inquietanti. Ho anche fatto un esperimento con un brano composto solo da rumori d’arpa, Music To Make A Dream Come True: lo potete ascoltare sulle piattaforme digitali e vedere il video su YouTube. L’ho immaginato proprio come un possibile pezzo per un film horror. L’arpa è uno strumento che sa essere angelico ma anche crudele, e questa ambivalenza la rende perfetta per il genere. Sarebbe una sfida che accetterei con entusiasmo — e sono convinta che prima o poi accadrà.
A RadUni spiegavi che, accanto alle influenze classiche, segui molto anche la musica pop: “mi piace conoscere ogni tipo di cultura e ogni tipo di musica, poi il mio stile rimane sempre in un modo più sperimentale e grezzo.” Al di là dei generi che hanno plasmato il tuo stile, quale altro genere musicale ti incuriosisce?
Posso sembrare strana, ma da adolescente ho ascoltato moltissimo i Pantera… e anche tanto Blues. Sono un po’ una doppia persona: amo la precisione e il caos, amo la disciplina e poi il bisogno di distruggerla, amo tutto ciò che può essere trasformato senza perdere la sua essenza. Ho sempre amato il rumore e il disordine, quindi direi che mi incuriosiscono tutti quei generi in cui si urla, sia con gli strumenti che con la voce. Ma allo stesso tempo amo i virtuosismi di Jaco Pastorius e la profondità di B.B. King. Insomma, c’è una forza primordiale in quel linguaggio che mi affascina ancora oggi: è come se la musica, spogliata di ogni ornamento, diventasse puro istinto, pura energia.
Infine, A Far Out Magazine hai detto: “I couldn’t name just one [song that’s annoying]. Sometimes it’s not the music itself that bothers me, but the feeling that it doesn’t really say anything.” Ti rigiro la prospettiva: qual è invece una canzone che per te riesce a dire tutto? Sarò onesta: non so rispondere davvero a questa domanda, perché non credo esista una sola musica capace di dire tutto quello che vivo o penso. La musica cambia insieme a me, e in momenti diversi mi parlano brani diversi. Se però devo dire cosa mi sta parlando adesso, direi la “Cavatina”dal Quartetto per archi n.13 di Beethoven: è fragile e immensa allo stesso tempo, e in questo momento mi aiuta a scrivere questa intervista con sincerità.
Chiudiamo con un “scegli uno e scarta l’altro” senza troppe argomentazioni. Tra i due, quale scegli: arpa classica o arpa elettrica?
Arpa elettroacustica
Alva Noto o Jon Hopkins?
Alva Noto
Suonare in un festival di elettronica o in una sala da concerto classica?
Sala da concerto classica
Live o studio?
Live


