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La maschera dell’autotune
Ci sono bimbi che hanno bisogno della copertina, quella di Linus sì, un oggetto speciale per farli tranquillizzare. Ce ne sono altri invece per i quali un oggetto può essere per loro la trasformazione in un supereroe, tipo il mantello di Superman, o una maglietta di Spiderman: l’indossano ed ecco, si trasformano, non hanno più paura e sono dei bambini che possono fare tutto.
Ecco, l’autotune credo sia lo stesso per Julian Casablancas: gli dà la possibilità di spaziare, di appuntare dei picchi elevatissimi senza sentirsi inadeguato, mascherando la propria individualità come si potrebbe fare mettendosi addosso il volto di Ghostface e giocando a fare il cattivo di Scream.
L’utilizzo imponente dell’autotune è in effetti il primo scoglio da affrontare nel nuovo “Reality Awaits” degli Strokes, ne abbiamo parlato anche qui, all’inizio è davvero indigesto. Ma occorre approfondire i dischi che hanno in sé qualcosa di “difficile”, non bisogna mai arrendersi se no non avremmo mai trovato la profondità in “Disintegration” o in “Kid A”, che ai primissimi ascolti ci sembravano alieni. Basta trovare la chiave di lettura, e – ascolto dopo ascolto- mi pare di averla trovata in quello che dicevo all’inizio.
Gli Strokes sono e non sono più quelli di 25 anni fa, quelli di quell’esordio al fulmicotone che è “Is This It”, e ci tengono a farcelo sapere. Cioè, la matrice melodica è la medesima ma loro vogliono apparire al passo coi tempi, e questa scelta radicale dell’autotune è la loro dichiarazione di attualità più forte. Corretta? Sbagliata? Mah, non è un effetto che va particolarmente di moda, ma resta l’intento. Il resto degli elementi non cambiano più di tanto, a parte che negli anni Zero erano soliti a fare canzoni molto brevi mentre ora si sono allungati. E ciò, in tempo di streaming, è una scelta in controtendenza, ma certo loro se lo possono permettere, i loro fans stanno ad ascoltarsi volentieri gli oltre cinque minuti delle iniziali “Psycho Shit” e “Dine N’Dash” ma se fossero degli esordienti?
La contemporaneità come tema
La maggiore lunghezza dei brani si accompagna in ogni caso a una maggiore profondità, e ciò è un bene. In fondo “Reality Awaits” è infatti un disco piuttosto politico, nel senso che affronta il tema (banale ma in effetti non tralasciabile) della iper-connessione: la vita reale può aspettare, perché prima dobbiamo andare online e poi, se c’è tempo, alziamo anche lo sguardo. In questa estate calda del 2026 si è parlato molto di divieto dei social ai minori di 16 anni e delle scelte australiane e francesi, ma in realtà ieri sera passeggiavo e in due panchine c’erano due coppie di 70enne entrambi con gli sguardi fissi sui cellulari, in una bellissima serata in un parco in cui si sarebbe potuto guardare il cielo o le fontane guizzare più in là, alla fioca luce dei lampioni. Perciò chi ci ricorda di disconnetterci non è ci sta dando un messaggio grandemente innovativo, ma che probabilmente è necessario.
Gli Strokes sono tornati sul pezzo
Se poi a questa chiave di lettura si aggiunge l’ispirazione e la cura maniacale (merito anche di Rick Rubin?) che gli Strokes hanno messo in queste nove canzoni, allora si capisce che i newyorkesi hanno fatto bingo. Registrando il loro miglior album dai tempi di “First Impressions of Earth” (2006). Divertendosi. Facendo le cose con cura (è dal 2022 che ci lavorano). Suonando freschi. Quando li vidi nel 2011 a Benicassim erano dei bolliti, veramente pesanti e si percepiva che erano sul palco stanchi e demotivati. Ora sono sul pezzo, sono in pista.
Bene, noi crediamo sempre che dovrebbero esserci altri artisti più giovani che ci raccontino la contemporaneità, ma se sono dei middle-aged che suonano ancora un gran bene, che male c’è?
Gli Strokes hanno accompagnato l’uscita dell’album con questo documentario su YouTube
78/100
(Paolo Bardelli)

