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A sei anni di distanza dallo splendido Punisher, dopo la pubblicazione di un EP insieme a Rob Moose nella parte finale del 2020 con al suo interno rielaborazioni orchestrali di alcuni brani di Punisher, dell’album con le Boygenius nel 2023 e di una manciata di singoli e di featuring in pezzi altrui, Phoebe Bridgers torna con Lost Weekend, un terzo album solido, maturo e stratificato, un’altra gemma nel suo percorso artistico, dando prova di saper coniugare ancora una volta le sue dolci e levigate ginnastiche melodiche e una diffusamente malinconica ma anche orgogliosamente forte poeticità romantica, e a tratti molto disillusa, dei testi, caratteristica principale della sua produzione, che già aveva brillato nei due lavori precedenti. Anticipato da “Lost Boys”, il primo singolo solista dell’autrice da “Sidelines” del 2022, Lost Weekend è un album intenso e autoriale, nel quale le idee artistiche di Bridgers emergono con una coerenza e con una chiarezza lampanti.
Ancora Phoebe Bridgers, dunque, dopo un lungo silenzio, uno di quei silenzi di cui di solito proprio i grandi necessitano per riflettere in solitudine dopo che hanno dato alle stampe un’opera eccelsa. Punisher era tale, e, se vogliamo, la sua legacy è addrittura accresciuta col passare del tempo. In mezzo c’è stata l’acclamazione da parte della critica e del pubblico per il disco d’esordio a nome Boygenius insieme alle colleghe Julien Baker e Lucy Dacus, che peraltro partecipano anche ad alcuni brani di questo nuovo disco. A soli 31 anni Bridgers è già da parecchio tempo una delle cantautrici più amate e più celebrate degli States. Questo terzo lavoro avrebbe potuto “precipitarla” in un crocevia complicato, di fronte al dubbio amletico se procedere in maniera coerente con il sentiero che aveva imboccato finora o se provare una specie di rivoluzione: come sempre capita in questi casi, la grandezza di un’artista di valore come Bridgers risiede nell’essere stata capace di far convivere entrambi gli aspetti in una misura e in un modo estremamente originali.
Sedici tracce per cinquantadue minuti di musica in cui Bridgers si perde, si ritrova e si riperde di nuovo, in una narrazione non lineare, frammentaria e vertiginosa che attraversa gli umori e i sentimenti più disparati, proprio come il film capolavoro di Billy Wilder cui forse fa riferimento il titolo dell’album, quel fine settimana perduto negli incubi più soffocanti e nei demoni interiori più maligni che perseguitano il protagonista alcolizzato di quella pellicola del 1945. Qui non vi è una dipendenza né un impulso particolare che dia il via alla narrazione. C’è un «Lost Weekend» che è avvolto nella nebbia del rimpianto e dei dubbi, ci sono dei «Lost Boys» che «Never grow up, never get old» in un eterno presente che è una liberazione dalle ansie e un inno al perdersi ma anche una persecuzione, c’è Bridgers «Trying not to look down» mentre ribadisce che «Whatever happens after, it doesn’t matter / You won’t have to believe in magic». È un perdersi dell’animo e della mente in qualcosa che è più grande di noi, che diventa pietra d’inciampo per non dimenticare ma anche punto di partenza per ricostruire.
Anche le impalcature musicali e le scelte degli arrangiamenti di Bridgers sono coerenti con questo viaggio complesso: le soluzioni melodiche della maggior parte dei brani ricalcano quelle strade che Bridgers aveva già tracciato in Punisher, certo con variazioni e innovazioni notevoli in ciascuno di essi. Quelle melodie ipnotiche e avvincenti – nel senso che ti avviluppano e che ti avvincono fino a farti tremare – che ricordano certi passaggi di Sufjan Stevens, di Elliott Smith e, ancor prima di entrambi, di Nick Drake brillano in tutta la loro bellezza in molti dei migliori episodi del disco. Ottimi esempi di ciò sono le gemme assolute “The Governor’s Waltz”, un elegante ed etereo pop-rock in cui la forza tossica e dirompente di una relazione complessa, quella che Bridgers ebbe con Paul Mescal tra 2021 e 2022, stringe e comprime l’autrice e la porta a un sali-scendi emotivo alienante e fragoroso, culminante in versi potenti e drammatici come «I know you’d never actually think about jumping / But do it for me», e “Still Standing”, ipnotica e soffusa, dove la dolcezza della musica e dell’arrangiamento dialoga con il testo a tratti fondendosi con esso e a tratti combattendolo, con una lunga outro ambientale dai contorni quasi religiosi. Un altro diamante è “Kill Me”, un jangle-pop-rock tagliente e dinamico in cui Bridgers tratteggia una cinica e intensa riflessione sul tempo che passa in cui il suo occhio clinico e attento si concentra su alcuni tic ripetitivi che caratterizzano le relazioni e il loro evolversi nello spazio e nel tempo. «He tastes like a flower with chemical petals», canta Bridgers con un forte slancio emotivo, riferendosi al fidanzato Bobby e cercando al contempo di universalizzare questo sentimento di gioia e insieme di timore.
Le ariose e improvvise aperture melodiche della ritmata e incalzante “Liberty Tree” soffocano e martellano l’ascoltatore: in essa Bridgers combatte con se stessa e col mito di Icaro mentre canta «Flying close to the sun with my sunglasses on» e, cifra tipica dello stile di Bridgers, associa un ricordo vivido e chiaro a un concetto più astratto e filosofico con «Fallin’ in love that night after our fight / And the past is lookin’ brighter all the time». “As Above”, che conduce alla chiusura del disco, intricata e raffinata, è sorretta da arpeggi di piano delicatissimi e da effetti di synth che costruiscono un ambiente protetto e sereno, mentre, nel suo dipanarsi di fronte agli occhi dell’ascoltatore, svela la sua natura folk-gospel stratificata e geometrica, caratterizzata da interessanti successioni di accordi, nella quale voci e tappeto sonoro strumentale diventano sempre più onirici man mano che il brano volge al suo termine.
Alcuni momenti in cui emerge la passione di Bridgers per il country-folk, che nella maggior parte dei suoi pezzi è presente ma sommerso, rivisitato e risemantizzato in contesti nuovi e in forme differenti e difficili da identificare di primo acchito, sono “Never Going Back!”, dove l’ossessività del ritmo e la dimensione lo-fi del brano vengono ancor più amplificate dalla ripetizione quasi maniacale del distico «Never going back again / The way it used to be is not the way that it is», e “Haunted”, un folk ipnotico e avvolgente, in cui l’avvicinarsi del chorus fa aumentare l’intensità dei giri del ritmo e della voce di Bridgers, che canta con tono sicuro ed energico «’Til then, I’m gonna listen / To the song of the siren / No, I am not afraid». L’amore è indagato non solo come sentimento e umore ma anche e soprattutto come forza che sconvolge la propria interiorità e i rapporti tra le persone e il mondo. Sono presenti diversi riferimenti a Bo “Bobby” Burnham, il fidanzato di Bridgers, qui come nella già citata “Kill Me” e nella affettuosa “Bobby”, esplicitamente dedicata a lui, dove la tensione sentimentale ed erotica vive al confine tra l’attesa e l’effettivo sbocciare dell’innamoramento stesso, in un equilibrio precario e dolcemente labile, che l’arrangiamento massimalista pieno di curve emotive riesce ad amplificare con grande efficacia.
Le pulsazioni dei ritmi e delle rime di “I Can’t Wait”, che vede la partecipazione, con uno pseudonimo, di Cameron Winter, conducono l’ascoltatore negli anfratti più schietti e sinceri della psiche di Bridgers: il brano, uno dei picchi emotivi del disco, che prova a trasformare il dolore della fine di una relazione in un’ironica e caustica fuga dalla realtà, è un electro-rock-pop ammaliante e seducente impreziosito da un duetto maestoso – quando le voci dei due si incrociano cantando «Hyde Jekyll Hyde / You and I forever» si riesce ad afferrare la potenza e l’efficacia dei due timbri che si inabissano l’uno dentro l’altro – e che a un tratto aumenta i giri del suo beat e la sua intensità strumentale e vocale fino a esplodere in un chorus che si schianta nel buio fino a far emergere una solitaria e splendida armonica: «I’m not good, but I’m better», canta Bridgers nel chorus con un riflesso della voce e dell’umore quasi divertito e cinico, mentre ci pare di sentire Jack Antonoff che nella stanza accanto alla nostra sta azionando le sue chitarre e i suoi synth. Il brano prosegue la sua avventura in vicoli tortuosi nel tentativo di trovare una risposta efficace: «Missed my cue, but whatever / It’s now or never», canta Bridgers con un tono un poco sommesso, prima che il brano ritorni a scandire il suo incedere sincopato e marziale, in una corsa nuovamente alternata tra climakes ascendenti e discendenti che conducono a una chiusura improvvisa.
«I remember the day that I created the world / I got blood on my favorite shirt», canta Bridgers con tono aulico e drammatico nei primi istanti di “Other Plans”, un pezzo dal carattere quasi teatrale e liturgico, di una poeticità e di una profondità rare, cruciale all’interno del disco, in cui Bridgers prova a costruire, con fatica, un risvolto positivo anche nel dolore e nella perdita, all’interno della storia non lineare e avvolta da un velo sottile che Lost Weekend racconta. Parlando di un sentimento perduto quasi immediatamente, riferendosi a una partner o, con gli occhi di un genitore, a una figlia, Bridgers costruisce una canzone sublime e leggiadra, dalle sfumature sfocate e pallide che sembrano quelle di un sogno magico e ambiguo, grazie a un arrangiamento cinematico e immersivo e a un testo breve, pungente e visionario che si conclude con la tragica e definitiva affermazione «Our love, our love had other plans for us». È uno dei momenti più intensi e commoventi di un disco che sa coinvolgere, far immedesimare e riflettere a tal punto da farti cadere nella sua ragnatela invisibile, dove il presente, il passato e il futuro si affrontano e si rincorrono in un continuum temporale e spaziale che non conosce confini. Ed è anche per questo che si ha subito voglia di ricominciare l’ascolto.
82/100
(Samuele Conficoni)

