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Siamo nei giorni dell’eclisse, dove ombra e luce si fondono per qualche minuto, tutti pronti con il naso verso il cielo, ad osservare una natura particolare, un fenomeno che ci mostra i nostri umani limiti rispetto alla grandezza delle cose che accadono nel cosmo.
E siamo a parlare, a qualche giorno di distanza dall’attesissimo giorno dell’esordio, dei Man/Woman/Chainsaw, ennesima band inglese di quella scena che potremmo definire alternativa, con un background molto più strutturato e orchestrale rispetto alle indie-band dei primi anni duemila.
Forse un giorno riusciremo, anche di questa epoca frammentata, a mettere in un qualche inquadramento questi anni in cui improvvisamente nuove band giovanili riescono ad inserire in una proposta che ha un certo interesse del pubblico elementi che non dovrebbero portarlo: tempi diversi, suoni di archi, accelerazioni di chitarre e momenti di sospensione, pianoforte, basso, strumentazioni orchestrali e strutture musicali lontane spesso dalla forma canzoni canonica.
Tutto insieme in quella lezione che è partita, a livello di interesse pubblico, dai Black Country, New Road e che poi si è diffusa in mille direzioni. Non sono dischi semplici, non sono canzoni immediate, non sono strutture musicali adatte all’epoca di Tik Tok e non dovrebbero, ci viene da dire, esserci giovani esordienti a suonare così. Eppure non lo sanno, si direbbe come nella nota frase sul calabrone, e quindi eccoli qui, i nostri sei londinesi pronti, con un certo clamore e addirittura sotto etichetta Universal, ad esordire.
Ora: prima di parlare del disco una piccola annotazione: va bene lavorare sull’attenzione percepita, ma rilasciare cinque tracce su undici prima dell’uscita del disco è eccessivo, ci si ritrova ad avere un po’ tra le labbra il sapore di qualcosa di meno impattante, visto che metà album era già stato assorbito nel lungo percorso di avvicinamento al disco. Ma mettiamo da parte questo discorso e trattiamo questi quarantuno minuti di musica come un ascolto nuovo, unico, di una band al debutto. E diciamo che ci aspettavamo, forse, il disco dell’anno: abbiamo perlomeno un ottimo disco, con ben poche incertezze e tanti punti fermi.
Punto numero uno: i nostri le canzoni le sanno scrivere, hanno evidentemente una cultura musicale ampissima e la capacità sia di scrivere piccoli inni che possono piacere a tutti sia di addentrarsi in strutture ben più complesse e meno accattivanti. In questo senso il blocco centrale, con “Nosedive” e “Get Up And Dance”, è di quelli da ricordare. La prima che parte splendidamente e che finisce in un assalto corale praticamente perfetto che forse abbiamo sentito, fino ad ora, solo nei primi Arcade Fire ed è per chi scrive un brano che deve diventare patrimonio di quel pubblico che ha voglia di divertirsi in un festival, di quelli belli.
Il secondo è invece un brano dalle atmosfere vagamente notturne, quasi tra il folk e il western, sorrette da una interpretazione vocale sensuale e dai violini che si affiancano a chitarre rock e suoni elettronici, uno svolgimento sorprendente e che non rallenta la sua corsa mai e che sembra quasi di un’altra band rispetto alla canzone precedente. Dieci minuti che possono valere tanto, dentro ad una discografia, tanto per chiarire.
Prima e dopo questo momento centrale c’è il resto del disco: un album dove molti troveranno punti di luce e punti meno graditi e questo è un pregio e un difetto, allo stesso tempo. Ci sono le vibes alla Of Monsters And Man di “Snakebite”, ci sono le vibrazioni quasi grunge di “The Thing”, che pare ritirata fuori da certi anni novanta, e poi ci sono insolite vibrazioni quasi folk pop, come in “Still Angry”, che è riuscita melodicamente ma poco si sposa con la complessità degli altri brani, sembra quasi una farfalla che vola libera dentro all’universo sonoro del disco.
Creatura strana, insomma, questo “Cannonball”. Esalta, colpisce al cuore, alza il volume e lo abbassa, rallenta il tempo e lo accelera, si divide in anime diverse, alterna voci e suggestioni, si conclude in maniera splendida con con “Something Else To Give”. E lascia ovviamente qualche dubbio dietro, come se in qualche momento ci fossero le idee ma ugualmente si potesse lavorare su una maggiore coesione, per condensare tutte le migliori ispirazioni del gruppo dentro ad un instant classic.
Ma con un grosso ma: questo è un gruppo di sei amici (“prima amici, poi compagni di band”, ci tengono a dire) che suonano assieme da quando hanno quattordici anni e che hanno compiuto una lunga strada prima di arrivare qui, a questo album. Anni e anni di scrittura, composizione, crescita, per arrivare ad un pugno di tracce: forse, come in ogni esordio e qui ancora di più vista la lunga gestazione, stiamo solo grattando la superficie di una band che ci potrà regalare tanti brani di assoluta qualità.
Oggi non ci vengono in mente molti gruppi che possono aprire un disco con una traccia come “Only Girl”, che sappiano stupire con uno stile sempre sospeso tra l’eccessivo e il delicato, che includano dentro così tante anime e suoni. Al di là dei momenti preferiti che ognuno ci potrà trovare possiamo sicuramente dirci sicuri di una cosa: difficilmente non viene voglia di puntare il mirino verso il primo live italiano e il prossimo album. Con qualche leggero “ma”, promossi, insomma. È un talento troppo grande quello di questi sei da pensare che possa disperdersi. E dentro a “Cannonball” c’è già tantissimo di cui innamorarsi.
79/100
(Alessio Falavena)

