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Metti una voce milanese su una spiaggia di Rio
Ricordare Ornella Vanoni pochi giorni dopo la sua scomparsa significa entrare in un archivio fatto in parte di memorie domestiche e familiari, di domeniche televisive, di frame in bianco e nero in cui si riflette molto dell’immaginario pop-autoriale degli anni Sessanta. D’altra parte, la sua esperienza è una porta d’ingresso che apre verso un altrove in cui si fondono, in modi inediti, linguaggi differenti che non sarebbero esistiti senza un’interprete in grado di accoglierli e trasformarli. Uno di questi incontri rappresenta un filone autentico e luminoso – ripreso in seguito, ma mai riuscito altrettanto pienamente – per la musica italiana: la sensibilità sensuale e inquieta della Bossa Nova unita all’espressività di una voce che la rende fluida e personale.
La seconda metà degli anni 70 e l’inizio degli ’80 vedono la pubblicazione di un album – anzi, secondo le intenzioni del suo ideatore Sergio Bardotti, di un vero e proprio concept – La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria (1976) e del successivo disco, sempre a firma della Vanoni, Meu Brasil (1980), che riprende l’incontro elegante e travolgente tra la lingua portoghese e quella italiana.

Sono anni in cui la musica in Italia oscillava tra le forme colte del cantautorato e quelle dell’universo rassicurante e orchestrale del Festival di Sanremo. Sullo sfondo, il progressive-rock stava esaurendo la sua spinta, mentre si facevano strada le influenze disco e funk. In questo scenario, un album che cercava un punto di contatto tra elementi distanti – sia sul piano geografico che su quello sonoro – pur non costituendo qualcosa di radicalmente nuovo, rappresentava un segnale di ricerca e di attenzione: un modo per andare oltre i modelli dominanti del mercato anglofono e per cercare vie diverse, nuovi modi di mettere in contatto suoni e mondi poetici e sensoriali.
La Voglia La Pazzia L’Incoscienza L’Allegria (1976), L’Appuntamento (con il Brasile)
Sergio Bardotti non aveva subito pensato a Ornella Vanoni per l’album che stava progettando; le sue scelte inizialmente ricadevano su altri nomi – da Anna Identici a quello praticamente inevitabile di Mina. La decisione finale di affidare l’interpretazione dei brani tratti dal repertorio della musica brasiliana, di cui lo stesso Bardotti aveva curato la traduzione in italiano, all’interprete milanese arrivò solo in un secondo momento.
L’occasione che permise a questo lavoro corale di prendere forma fu la presenza a Roma di Vinìcius de Moraes, poeta e cantautore, nonché uno dei nomi che hanno dato battesimo alla Bossa Nova. Prima di allora il produttore, fautore dei primi concept album in Italia (si pensi all’album Non al denaro né all’amore né al cielo di Fabrizio De Andrè del 1971, prodotto insieme a Roberto Danè), aveva già portato avanti delle collaborazioni con la Vanoni, la quale, al tempo stesso si era avvicinata ai colori delicati e confidenziali della musica portoghese (il brano “L’appuntamento” era la traduzione di “Sentado à beira do caminho”, composto nel 1969 da Roberto Carlos ed Erasmo Carlos).
La presenza di molti artisti brasiliani in Italia in quegli anni non era casuale. A spingerli lontano dal paese di origine furono le conseguenze della dittatura militare instaurata nel 1964, che aveva reso difficile per artisti e letterati continuare a esprimersi liberamente. Vinícius de Moraes, insieme a figure come Chico Buarque o Caetano Veloso, si trovava spesso a viaggiare tra l’Europa e il Sud America. Fu così che a Roma, negli studi Fonit Cetra Ornella Vanoni, Vinícius e Toquinho si ritrovano come tra amici e danno forma a La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria.
Il disco nasce in presa diretta, quasi come una lunga sessione improvvisata, in cui la voce di Ornella si intreccia alla chitarra di Toquinho e ai versi poetici recitati da Vinícius in un dialogo continuo, in cui la dolce malinconia della saudade portoghese e la voce di Ornella Vanoni creano un flusso unico che mette in comunicazione le due diverse sensibilità.
“Facciamo un samba di Napoli”
In “Samba della rosa”, la voce di Ornella accompagna la chitarra di Toquinho come in un dialogo amoroso, mentre “La voglia, la pazzia” – forse il momento più iconico del disco – è una dichiarazione di abbandono e leggerezza: il desiderio di vivere “senza pensare al domani”, cantato con una sensualità che rimane un momento irripetibile nella musica italiana. Tra un brano e l’altro, gli intermezzi recitati di Vinícius de Moraes funzionano come un respiro poetico: frammenti di lirica e ironia che interrompono e allo stesso tempo prolungano la musica. In “Io so che ti amerò” (versione italiana di “Eu sei que vou te amar”), la malinconia diventa universale, mentre “Anima e core” rilegge la tradizione melodica italiana alla luce della dolcezza brasiliana, creando un corto circuito emotivo tra due mondi.
La voglia di giocare di Ornella con questi due mondi non si è davvero mai esaurita. Lo dimostra la sua partecipazione al brano “Toy Boy” di Colapesce e Dimartino nel 2020, dove tornano a vibrare la stessa leggerezza ammiccante l’eleganza disincantata. Riascoltato oggi, La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria conserva intatta la sua modernità: è un album di incontri, di mix e contaminazioni. Un album che parla una lingua sofisticata e contemporanea, con la grazia di chi sa che l’allegria può essere una cosa serissima.
(Eulalia Cambria)


