CMJ Music Marathon 2012, New York, 16-18 ottobre (parte 2)

Da martedì si fa sul serio e si va dritti verso la Kent Avenue, nel cuore della Kent Avenue. Su questa strada che ospitava la grande fabbrica di zucchero, ora dismessa, della Domino, e che costeggia la fascia ovest arrivando fino al ponte di Williamsburg, passano soltanto ebrei hassidici. Quelli vestiti da ebrei newyorkesi dei film. E hipster. C’è la Glasslands Gallery al civico 289 e nella porta accanto il Kent 285 dove siamo già stati l’anno scorso per lo show che ha lanciato DIIV ed Heavenly Beat.

Il Kent 285, punto di riferimento per le centinaia di band emergenti, spesso incline all’indie rock twee, garage e anni Novanta. Oggi si va di psichedelia dura e pura. Dagli intensi Royal Baths, originari della West Coast, di recente in tour italiano, ma ormai di stanza a Brooklyn dove suonano un giorno sì e uno no. E che ora hanno assoldato Lesley Hann, ammaliante ex-voce e bassista della band buzz dei mesi scorsi, i Friends. Passando per The Golden Awesome, dalla Nuova Zelanda, Black Angels e Psychic Ills riecheggiano nel freddo garage della Kent. Giusto il tempo di assaggiare i FORMA, stessa lisergia, ma più onirico-elettronica da Gang Gang Dance che ci si deve spostare affianco dove il party della Terrible Records propone alla Glasslands un’accoppiata di lusso, della nuova scena newyorkese. Non nuovissimi a dirla tutta, Bruno Coviello (origini chiare) e la pantera soul Shannon Funchess, al secolo Light Asylum con la loro elettronica magnetica e vaporosa figlia degli Eighties. Molto nuovo, invece, Khalif Diouf meglio noto come LE1F. “Troppo gay per sfondare nell’hip hop di Brooklyn?” si chiedeva tempo fa il Daily Beast. Non un grosso problema, il sottobosco di rapper hipster-friendly è piuttosto ricco. Si può essere rapper, essere queer e farla franca. “Wut” è stato uno dei brani indipendenti dell’estate. Video equivoco, incedere afro (i suoi avi sono senegalesi) e potenzialità da remix di Diplo. Basi sporche, strofe a tratti dissonanti, ma il 23enne tiene il palco a meraviglia, resta a petto nudo per la gioia degli esponenti più indecisi della platea.

Cercare di entrare senza essere in guestlist al party gratuito di mercoledì delle Dum Dum Girls sempre alla Glasslands appare impresa non da poco. Già dalle otto di sera, la fila occupa un isolato. Per questo si può sfruttare il pomeriggio per infilarsi negli spazi angusti da sottoscala del Cake Shop, Manhattan, nel Lower East Side, per gli show organizzati dalla Terrorbird Media. Sono sempre magazine, webzine, etichette, radio e riviste a mettere in piedi eventi gratuiti o comunque a prezzi stracciati che spesso si uniscono a happy hour e/o open bar nefasti che vanno avanti dalla tarda mattinata. Si riesce ad arrivare per i due nomi clou dell’evento, le Prince Rama, figliocce anche loro dei Gang Gang Dance con apparenti problemi di crescita e il loro pop tribale e psichedelico molto gradito dagli Animal Collective che le hanno messo subito nella scuderia Paw Tracks.

Freakettone e naif inscenano balletti grotteschi che con le le loro urla estatiche catturano una platea compressa. Tocca a Pictureplane chiudere. Il ventisettenne peggio vestito della settimana sembra un tamarro bianco come tanti della periferia americana. Sguardo cattivo, faccia da bambino, orecchini e cappello da gangsta ma “Thee Physical” è stato – giustamente – incensato da Pitchfork lo scorso anno. E questo ha fatto esplodere la sua originale e incendiaria miscela di hip-hop a bassa fedeltà, trip-hop e frastuoni dal retrogusto witch-house. Il suo finale è in pieno stile rave anni Novanta. Ci piace.

Molti degli affezionati non demordono e affrontano la fila da parco dei divertimenti sperando di vedere le Dum Dum Girls (come se non suonassero mai da queste parti), il resto si sgancia dietro l’angolo dove il Death By Audio offre una proposta meno catchy, ma di maggiore qualità. L’attesa è tutta per i METZ, nome canadese della Sub Pop esploso qualche settimana fa. Nel nome della tradizione Fugazi, prima i redivivi Beasty e poi i Roomrunner, più del versante Sonic Youth/Chavez, nuovo progetto di Denny Bowen, ex-double dagger, aprono alla band di supporto, i fulminati Die! Die! Die! trio garage neo-zelandese interattivo che spesso e volentieri invade la platea rischiando di lasciare dei feriti. Puro rock ‘n’roll, ruvido, tiratissimo, tra Black Lips e Ty Segall, ma con cattiveria. A

Ancora più tirato il trio che chiude idealmente questo mercoledì eterogeneo come le platee sempre pittoresche e ineffabili. I METZ, appunto. Vedere tre nerd in skinny che reinterpretano gli Husker Du con un gusto più anni Novanta, quasi Melvins. Una versione meno Americana e morbida dei Japandroids. Presto si scatena il pogo nella piccola location molto DIY a un angolo della Kent. Quarantaminutiquaranta di set senza respiro che tocca tutti i brani del folgorante esordio. I METZ suonano come una versione matura di “Bleach”, non privi di quell’orecchiabilità dei momenti più rumorosi dei Pixies. “Headache”, “Sad Pricks”, “Wet Blanket” e “Get Off”, urlatissime, sono già degli anthem. L’eponimo d’esordio uno degli album dell’anno. (Saremo costretto a rivederli volentieri due giorni dopo, ma di questo si parlerà nel terzo capitolo.

Nella miriade di eventi di giovedì, il pomeriggio si apre con il vellutato pop sperimentale degli Hundred Waters, anche loro onnipresenti. E un po’ malcapitati nella location più folle di Brooklyn. Un gigantesco bowling, il Brooklyn Bowl per l’appunto, che ospita solitamente eventi elettronici. L’elettronica folk e a tratti ancestrale del quintetto di Gainesville, Florida è accompagnata dal rumore dei birilli e dalle urla che sottolineano lo strike. Ma l’acustica è morbida e senza sbavature, è possibile continuare ad ascoltare l’esibizione persino dal bagno grazie alla filodiffusione del concerto in tutte le sale. Armonie eleganti, caldi intrecci vocali, tastiere saggissime, meriterebbero di essere riascoltati in una location più intima (succederà…).

L’unica pecca: scoprire che Lee Scratch Perry non è arrivato negli Stati Uniti per problemi di visto (manco fosse un giovane esordiente sbarcato solo oggi dalla Giamaica agli USA) e che MacDeMarco ha già suonato. Ma l’altro maratoneta puro (insieme a IconaPop, DIIV e appunto i METZ) ci dà una seconda chance, visto che suona ovunque a qualsiasi ora del giorno.

Si è diretto pochi isolati più a sud, alla Music Hall Of Williamsburg per l’evento più atteso della giornata, annunciato al mattino il concerto dell’etichetta Captured Tracks. Sono rimasti una manciata di biglietti, un po’ di fortuna salva la serata. L’ex-magazzino abbandonato ristrutturato nel 2007 (l’ennesimo) ogni giorno cambia volto con le lettere che compongono i nomi delle band della serata montate sulla balaustra con una perizia da cinema o locale d’annata. Aprono gli impalpabili Thieves Like Us, calderone di tedeschi, svedesi a americani che svaria con poco senso dall’elettronica retrò al post-punk con momenti pop non abbastanza pop per esserlo. Per fortuna che arriva l’ubriachissima performance di Mac DeMarco e i suoi tre compari a scaldare i 600 della Music Hall. Che la maratona si stia facendo sentire sul suo fegato e sui suoi neuroni sembra evidente. Le free drink per gli artisti sono molto generose a Brooklyn. E così il neo-slacker fattosi conoscere per la splendida traccia da risposta retrò ai Real Estate, “My Kind Of Woman”, offre un set da teenager tutto Pavement e Pixies. I suoni sono da live band navigata, i siparietti forse un po’ troppi e monotematici (tipo sugli Yankees), ma la voce viscerale e starnazzante del menestrello hipster di Montreal penetra in testa coi suoi motivi semplici, ma efficaci. “Rock and Roll Night Club”, “Baby’s Wearin’ Blue Jeans”, “I’m A Man”. Tutto praticamente inedito. Ha solo un EP all’attivo, ma una faccia come il culo e un carisma che lo porterà lontano. Anche più lontano del crowdsurfing con tanto di salto mortale sulla folla e ancora più lontano del limone con la ragazza delle prime file che punta dalla prima canzone per poi trafigge nella coda rumorosa finale, placatasi la furia da stage diver.

I DIIV sono diventati grandi, anche più grandi del loro outfit extra-large da Kurt Cobain hipster e circensi. Il pogo è eccessivo, ma qui a Brooklyn sono un’istituzione. Una ragazza si avventura in un crowd-surfing almeno quattro volte. Tutti conoscono tutti i brani. Il loro esordio “Oshin” è come se avesse fatto dimenticare i validissimi Beach Fossils. La filiazione wave da cui partono le fredde ed eteree digressioni da figli di “Disintegration” dei quattro sono a tratti irresistibili. “How Long Have You Known”, “Doused”, “Sometime”. Ne abbiamo già scritto fin da quando si chiamavano DIVE, ma non ci si stancherà mai di elogiarne la resa. Anche per l’evidente, acerba, età. I DIIV sono gli XX quando la festa non è ancora finita.

Potrebbe finire qui, ma in una location ancora più improbabile, l’ennesimo deposito-discarica trasformato in uno spazio d’arte ma un paio di km più a nord, da Greenpoint, il quartiere considerato cool da chi sta già iniziando a snobbare l’eccessivo buzz del vicino Williamsburg. All’ingresso il nuovissimo l’Autumn Bowl sembra il classico rifugio di tossici e senzatetto di quei film di denuncia sul degrado delle zone periferiche di New York. Ma basta varcare la soglia per dimenticarsi della stradina sterrata, delle pozzanghere e dei topi e ritrovarsi in una struttura stupefacente dal soffitto altissimo con impagabili piramidi di schermi su cui sono proiettati i visual.

Nell’altro stanzone al centro svetta la consolle, con l’inquietante Zomby e la sua maschera beffarda. Show last minute, per la gioia di molti. Tra gli ultimi produttori squisitamente garage della scena dubstep londinese, ha conquistato sia la Hyperdub che la meno settoriale 4AD. Il suo “Dedication” è riuscito a sfondare oltreoceano. E infatti sono in migliaia in questo spazio da rave educato a scuotere faticosamente le membra. Per l’orario – sono quasi le quattro di un preferiale – e le ritmiche spezzate. Ci si era quasi dimenticati del fascino di “Natalia’s Song”, a tratti sembra di ascoltare una versione a bassa fedeltà e per rapper dei Boards Of Canada, più che del vero dubstep. Pictureplane apprezzerebbe, e infatti, apprezza, vestito (male) come il giorno prima a fare da anfitrione passando canne al misterioso fantasma dell’opera coperto dalla maschera.
Per questi tre giorni sarebbe servita la solita salvifica ubiquità, e magari avere tutta la giornata libera, ma ci si accontenta.

(Piero Merola)

23 ottobre 2012

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