Simple Minds, Piazza Grande, Modena, 26 luglio 2012

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“Ok, prendiamo un tunnel Einstein-Rosen e andiamo a vedere i Simple Minds a Modena nel 1987. Tieni un biglietto anche per Roberta Sparrow”. Così scriveva il mio amico Matteo qualche giorno prima del concerto, ed è inevitabile che un live dei Simple Minds nel 2012 abbia questa funzione: quello dello spostamento spazio-temporale, della reinvenzione delle emozioni passate, possibilità concreta per straniarsi dall’ora e qui per essere allora. Una prospettiva un po’ limitata, potrà dire qualcuno. Può essere, ma son soddisfazioni se poi i Simple Minds iniziano con “I Travel” e “Lovesong” suonate come se la Thatcher fosse appena diventata primo ministro, se Mel Gaynor è sempre quel cazzuto batterista che ti infila rullate mozzafiato su una base ritmica precisa e solida come una drum-machine giapponese, se il nuovo bassista Ged Grimes (un ’62, non di primo pelo) è un’autentica scoperta per l’utilizzo ineludibile di un suono grezzo e secco tipico della prima new-wave unito ad una tecnica alla vista grezza ma nei risultati sopraffina.

Caldo soffocante, quello di Modena, ma la location – Piazza Grande con la Ghirlandina in spolvero – ha ripagato dell’autentica disidratazione a cui tutti i presenti erano sottoposti, band sul palco compresa. Jim Kerr ha iniziato benissimo, in forma sia di voce che come carisma: molto piacione ma assolutamente frontman, chi è là davanti dev’essere così, e Jim Kerr lo è sempre stato, lì, in prima linea ad arrotolarsi con il filo del microfono e a ciondolare con le sue classiche movenze sinuose e sornione. Poi alla fine, nell’encore, Jim aveva perso del tutto la voce ma lottava ancora come un leone per non farlo notare, reinterpretando le ultime quattro song su tonalità colloquiali e, soprattutto, lasciando che fosse il pubblico ad intonare “Sanctify Yourself”, “Glittering Prize”, “Alive And Kicking” e la conclusiva “Ghostdancing”, tanto l’audience si divertiva eccome a farlo.

Poco male dunque se qualche suo limite finale si è sentito, e se la durata complessiva del concerto (1h e 50m) è stata inferiore a quello che veniva un po’ preannunciato (2h e 30h), perché la consapevolezza musicale che è trasudata in una notte di mezza estate, nella pianura padana, è stata in effetti elevata. Con picchi altissimi, come la pura poesia di “Hunted And The Hunter”, una canzone apparentemente minore di un album seminale (“New Gold Dream”) che a distanza di tempo riesce a riassumere tutta quell’esperienza, quei suoni, quella stagione e, paradossalmente, a suonare ancora contemporanea. Una chicca da andarsi a riascoltare subito, in questo momento: se questo live report può avere un’utilità, beh, sarebbe bello potesse essere quella di far venire la voglia di riavvolgere il nastro di quella canzone, e andarla a riscoprire.

And how do I feel living in the eighties?
And will I ever get to see the light of day?

(Paolo Bardelli)

Scaletta:
I Travel
Love Song
Celebrate
Waterfront
In Trance as Mission
This Fear of Gods
Hunter and the Hunted
The American
Big Sleep
See The Lights
70 Cities as Love Brings the Fall
Don’t You (Forget About Me)
Someone Somewhere in Summertime
New Gold Dream (81-82-83-84)

Encore:
Theme For Great Cities
Sanctify Yourself
Glittering Prize
Alive and Kicking
Ghostdancing / Gloria

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