BONNIE PRINCE BILLY, Lie Down In The Light (Drag City, 2008)

Sei mesi sono trascorsi dall’uscita di “Lie Down in the Light” fino a questo momento, in cui buttiamo giù righe d’espiazione per le nostre più gravi omissioni discografiche del 2008: in questo periodo il nome di Billy è già stato stampato un’altra volta su una raccolta di registrazioni dal vivo (“Is This the Sea?”, con riarrangiamenti all’irlandese), e si sono fatte insistenti le voci su un altro disco di inediti, “Beware”, previsto per i primi del prossimo Marzo. E’ questa prolificità esagerata che ha pian piano allontanato molti dai percorsi di Will Oldham, disorientati dalla dispersiva quantità di titoli e di ragioni sociali o comprensibilmente diffidenti, secondo il vecchio adagio per cui chi parla tanto può non avere così tanto da dire.

Capita così, di perdersi per strada una chicca vera come “Lie Down in the Light” uscita senza clamore ma accolta con unanime stupore dai pochi che, per caso o per ostinazione, l’hanno ascoltata. Si confermano le capacità da scrittore di Oldham e con esse la sua abilità nel rammendare generi tradizionali rimetterli a nuovo, come vecchi vestiti che tornano buoni anche per le grandi occasioni. Nel caso di “Lie Down in the Light” la veste è quasi totalmente acustica, al punto che sarebbe il caso di archiviare definitivamente i vari “alt.”, “freak” e ogni altro prefisso di sorta per poter parlare di Country o di Folk a pieno titolo. Ed è proprio a questo punto che spuntano le mani di mister B., esperte nel mischiare le carte. Rapido esempio, la “So Everyone” cantata in coppia con Ashley Webber che con i suoi scambi di “Oh lady!”, “Oh Boy!” assume un gusto dolciastro ma solo fino a quando non ti accorgi che i due protagonisti della canzone sono in realtà impegnatissimi in una fellatio all’aria aperta (precisamente ai versi “O kneel down and please me(…)/ and do it so everyone sees me”). Oppure il quadretto di “Easy Does It”, perfettamente familiar-tradizionale ma con un plurale di troppo (“there’s my brothers, my girlfriend’s my mom, and my dad and there’s me and that’s all there needs to be”); o, ancora, “You Want that Picture” , di nuovo con la Webber, che per il suo modo di trattare l’Eros e il Thanatos reclama un posto d’onore tra le migliori Country Death Songs di sempre.

Lo spirito alt(ernative) e lo spirito freak, cacciati dalla porta, tornano dalla finestra. Non sarà sufficiente per parlare di un disco punk sotto mentite spoglie né per inserire il Principe fra gli autori del folk satirico in stile The Fugs, ma è quanto basta per proclamare la riuscita del suo ennesimo numero di equilibrismo. Da vero virtuoso si avvicina a un passo dalle peggiori melensaggini per poi risollevarsene con gesti impercettibili: le minime rifrazioni di elettricità nella title track o i sottili strati percussivi di “You Remind me of Something”, molto vicina alle tessiture di quegli altri barbuti-sempre-piaciuti degli Iron & Wine.

Con buona pace di chi vede nello smisurato corpus Oldhamiano una mal(cel)ata tendenza di restaurazione, qui il fine tradizionalistico -come quello parodistico – manca proprio del tutto: si sente, invece, una sana ansia di rinnovamento verso i Good Ole Days, carpendone ciò che c’è di Good e lasciandosi indietro tutto quel che è Old, anche a costo di rimettere le mani sulle vecchie storielle della nonna per smaliziarle un po’. “Lie Down in the Light” non è che un passo in più verso un obiettivo condiviso da lui e da tutta la sparuta accolita di neo-folkers, quello di portare al Vecchio Mulino un po’ di acqua fresca.

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