DOM MARIANI, Popsided Guitar – Anthology 1984-2004 (Citadel Records, 2006)

Dominic Mariani è, da più o meno venticinque anni, uno degli eroi di culto per eccellenza del guitar-pop della terra d’Australia. Splendido alfiere della melodia scintillante in un decennio che aveva dimenticato la solarità della canzone. La sua storia è costellata di formazioni, progetti paralleli, singoli per collezionisti e partecipazioni a ricercate compilation all’insegna di una formidabile coerenza artistica. Quella di un power-pop così spudorato ed innocente da non poterne più fare a meno. E non importa che i nomi dei gruppi siano diversi, quando è Dom a prendere in mano la penna, si sa già che cosa uscirà. Dagli Stems agli Stonage Hearts – passando per i DM3 e i Someloves – è sempre il solito bacino di influenze: un po’ di Big Star, un po’ di T-Rex, un po’ di Johnny Thunders, un po’ di Byrds. E nel pieno del revival psichedelico eighties – quello che portò alla (pseudo)ribalta le formazioni garage contenute nell’imprescindible “Children of Nuggets” – la sua musica fu boccata d’aria fresca per nostalgici ed appassionati. Perché le sue canzoni erano sì citazioniste, ma talmente accattivanti e stupende da lasciarsi alle spalle qualsiasi dietrologia.

Ed è fantastico considerare che nonostante siano passati parecchi anni e la sua figura sia relegata al circuito dei soliti appassionati collezionisti impulsivi maniacali, le canzoni non abbiano perso freschezza e siano invecchiate molto meglio di certe altre formazioni (addirittura più “promettenti” ed “innovative”: ascoltare un disco dei Wall Of Voodoo adesso, per dire, è pazzesco). Forza del pop e della sua natura immortale. E del fantastico fascino ingenuo e giovanile di quando diventa power. In questa esaustiva antologia ci sono 38 canzoni, ma sono tutte – allo stesso tempo – sia inutili che fondamentali. Inutili perché non spostano di un grado alcuna bussola. Fondamentali perché capaci di farti perdere la testa.

E non lo dico tanto per dire. Prendete “Can’t Get Enough”, “1 Time 2 Time Devastated”, “At First Sight” o “Know You Now”: roba da andare in fissa e non ascoltare altro per settimane. Roba che ti dimentichi che sono canzoni formate dall’eterno giro di accordi Re-Sol-La e cliccare in continuazione il tasto Play. Play. Play. Play. Ancora. Ancora. Ancora. Fino a quando non ci si stufa. Con l’unico problema che non ci si stufa mai. Perché sono canzoni perfette. Perché dimostrano la fantastica ed elementare dinamica sufficiente per scrivere un pezzo immortale. E poi un altro. E un altro ancora, fino ad “Homespun Blues” del 2004. A suo modo fantastico. Così come i Someloves, una delle band più catchy da quando esistono i “ritornelli”. Così come gli Stems, semplicemente i migliori eredi australiani dei Byrds che memoria ricordi (“At First Sight” è uno di quei dischi per cui vale una vita, così come la canzone…). O i DM3, l’unica band che ha fatto pensare ad un qualche genere di successo per il Dom Mariani, uno che adesso produce i dischi dei Sick Rose, gira il mondo su un furgone infiammando i club più sfigati per quasi due ore, notte dopo notte, e che ha riformato gli Stems vent’anni dopo per – ne sono sicuro – un altro disco da colpo al cuore. Un colpo al cuore necessario. Come con questa antologia, che sarebbe davvero tremendo non possedere.

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