THE CURE, Disintegration (Fiction Records, 1989)

Ormai è cosa certa, i Cure sono un gruppo fatto apposta per spiazzare il proprio uditorio. Quando ormai la vena pop sembra nettamente consolidata da album come “The Top” e “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, la band di Robert Smith torna alla carica con un album che dimostra i suoi intenti fin dalla cover: una tenebrosa atmosfera contornata da fiori e con al centro il volto spettrale del cantante. Smith sembra quindi volersi riappropriare dell’icona dark che lo aveva contraddistinto. Grande spazio va alle tastiere (suonate dallo stesso Smith, da Simon Gallup e da Roger O’Donnell), a cui viene affidato il compito di costruire la perfetta opera decadente, capace di dare vita agli ectoplasmi mentali che da sempre ossessionano Smith.

“Plainsong” e soprattutto “Pictures of You” sono i brani con cui si da vita all’avventura: profonde, cupe, universali, si spandono fino a raggiungere la rotondità perfetta e si incurvano, strisciano sottopelle e si dissolvono all’improvviso, ballate del mondo dei ricordi, del mondo dei rimpianti, del mondo della mente. La grandezza di Smith nel mettere in scena questo suo spettacolo risiede proprio nel fondere i dolori della mente a quelli del cuore e nel rendere il particolare universale, e viceversa. Il suono è talmente compatto da dare adito all’idea di trovarsi di fronte ad un concept-album, opera omnia e al contempo episodio di un gruppo che ha attraversato le ceneri della propria memoria. E i punti più elevati di questa opera sono l’elegante “Lovesong”, la squarciante e devastante “Prayers for Rain”, la dolce e malinconica “Homesick”. Ma neanche queste tre canzoni riescono a competere con l’estro, la creatività, la bellezza estatica di “Lullaby”: ninnananna terrorizzante e angosciosa (“On Candystripe Legs the Spiderman Comes”), cupa e allo stesso tempo elettrizzante, apogeo di un individuo ormai maturo e consapevole della propria condizione, della propria sofferenza, culmine di una disintegrazione apparente pronta a svanire di fronte alla luce della mattina, anche se “the Spiderman is always hungry”.

I Cure ci regalano un altro capolavoro, ultimo album della loro storia negli anni ’80, e (dis)integrazione di essi. Gli anni ’80 se ne vanno con la disperazione (“Disintegration”), gli anni ’90 esordiranno con la speranza (“Wish”).

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