NICK CAVE, From Her To Eternity (Mute, 1984/1988)

Trasferitosi a Londra dall’Australia con il suo gruppo (i Birthday Party) per sfruttare l’elettrizzante atmosfera londinese di fine anni ’70, deluso da ciò che vi ha trovato (“troppi gruppetti che pensano che citare opere letterarie significhi avere cultura”) e trasferitosi di conseguenza nella più vitale Berlino, Nick Cave fa la conoscenza con un nuovo tipo di musica, mai sentito prima: il rumore frastornante degli Einsturzende Neubauten. E ne rimane affascinato, tanto da considerare conclusa l’avventura dei Birthday Party e da dare vita ad un nuovo gruppo musicale, che possa accompagnarlo nella sua missione di devastazione del suono e ricerca del silenzio melodico.Nascono da qui i Bad Seeds, che accompagnano ancora il cantautore australiano: del vecchio gruppo trattiene il polistrumentista Mick Harvey, dagli Einsturzende prende in prestito Blixa Bargeld.

La nuova ricerca di un minimalismo musicale parte con l’omaggio dovuto al cantautore che più di tutti ha incarnato lo spirito della semplicità e del minimalismo: Leonard Cohen, di cui viene ripresa – in versione spettrale e devastata – la splendida ballata “Avalanche”. La voce profonda e carnale di Cave si adatta all’incedere claustrofobico del basso e della chitarra, mentre la batteria scuote l’aria con una veemenza da marcia funebre. E questo è il piano ordito da Cave, come dimostrano senza ombra di dubbio canzoni come “Cabin Fever!” – fragorosa e emozionante nel suo crescendo di suspense -, “In the Ghetto” e “A Box for Black Paul”. Cave a volte usa la sua voce e gli strumenti come una frusta per ricordare i canti degli schiavi del sud, come nella splendida “Well of Misery”, dove l’immaginazione porta a vedere piantagioni di cotone nell’Alabama, tempi andati, frustrazione, ricerca di una libertà negata da tutto ciò che contorna l’uomo, primo fra tutti l’uomo stesso. Ma il capolavoro dell’album è l’incredibile title-track, deformazione del titolo del celeberrimo romanzo/film “From Here To Eternity”: un crescendo continuo di emozioni, con le note di pianoforte che segnano un divario nell’anima, che sezionano il tempo e lo spazio, creano coordinate sconosciute e se ne nutrono. Potere di una canzone unica, esemplificazione della rabbia del Cave degli esordi, potere compreso anche da Wim Wenders che vorrà, nel 1987, Nick e i Bad Seeds in scena nel suo celebre film “Il cielo sopra Berlino”.

La mente di Cave è un mare in piena, la sua forza dal vivo è impressionante – e lo è tuttora, ho ancora in mente il concerto di Milano -, la sua devastazione unica. La ricerca della perfezione musicale non è finita, il futuro riserverà ancora molte sorprese.

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