DOVES, Kingdom Of Rust (EMI, 2009)

Forse ci siamo. Lo stavamo aspettando da tempo l’album definitivo dei Doves, quello che avrebbe dovuto incarnare in sé tutta l’essenza della band di Manchester, che ne avrebbe rappresentato la summa completa ed indiscussa. E questo “Kingdom Of Rust” lo è: è il loro The Joshua Tree, il loro Ok Computer, uno di quegli album in cui ti gira tutto nel verso giusto e riesci a focalizzare bene cosa sei e cosa vuoi suonare.

I Doves sono i Doves, inevitabilmente unici, questo si sa, e nonostante girino per le lande del pop britannico – e dunque in territori già esplorati da molti in lungo e in largo – si sono costruiti nel tempo un loro status inequivocabile che li fa amare per la loro specificità. Quello che si ritrova anche in “Kingdom Of Rust”, ai massimi livelli: una fiera malinconia, un’energia ben controllata, una tensione latente.

In questo senso la title-track è esemplare: un campionario di nostalgica tenerezza che riporta subito all’esordio folgorante di “Lost Souls” ma con più classe (il tempo shuffle) e precisione stilistica. I pezzi scorrono via come un unico discorso, come il sussurro della più bella creatura sulla terra, perché stavolta i Doves sanno davvero che corde toccare e non sbagliano di una virgola. Anche variando: provate ad ascoltare “10:03” dove l’inizio da preghiera laica evocativa lascia spazio alla fine ad un’esplosione degna dei Pink Floyd a Pompei, oppure il divertimento che trasuda da “Compulsion” e “House Of Mirrors”, due brani in cui i Doves giocano rispettivamente a fare i Franz Ferdinand e i Coral, trovandosi pienamente a proprio agio. Alle volte tendenti all’acustico (“Spellbound”), altre in una perfetta dimensione semi-elettrica (“The Great Denier”, “Winter-Hill”), i Doves stavolta non hanno lesinato sulle belle canzoni: sono tutte belle.
E anche emozionanti: provate a mettere su “Birds Flew Backwards” e ci scommetto un giro di bevute se i brividi non si impadroniranno della vostra spina dorsale.

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