RACE RIOT, Race Riot (Spitfire Records, 2000)

Race Riot is a celebration of the cross pollination between Rap and Rock, between white and black music.

Lo statuto del progetto parla chiaro e dice il vero. Con tutte le prove contro, il rap resta musica nera, e il rock sta col resto del mondo. Ora, la copertina di “Race Riot” è una bella prova di delicatezza. C’è una squadra di poliziotti senza volto che inseguono quattro galeotti. Due bianchi e due neri. Come dire, il nemico è comune… Ma l’album, se pure corre lontano fin dentro al punk, sta al guinzaglio dell’hip hop.
I gruppi sono gruppi rap, o di professione crossover. Tra i famosi molto i MOP e gli Insane Clown Posse. Ah, qualora vi mancasse, aggiornate il vostro elenco di “Eminem’s Nemesi”. Eh già, anche gli Insane fanno parte del club dei maledetti dal biondo più famoso del mondo. Chiusa partentesi. Dicevamo degli interpreti. Fredro Starr, compagno di Sticky Fingaz negli Onyx, Esham, Machine Head, Kottonmouth Kings e qualche altro ancora. O rapper o metallari illuminati. A loro onore va comunque che nessuno ha barato. O han barato poco. La musica c’è, è suonata, pochissimi campionamenti. E a prescindere da tutto, “Race Riot” è un’occasione per conoscere qualche bel talento sballottato tra le due sponde. Twiztid, Esham, gli Insane stessi. Tra metal e punk, e tra punk e hip hop. Ascoltarli tutti insieme in una compila rende bene l’idea del movimento, potrà incuriosire. Un’esperienza insomma. Ma “Race Riot” non serviva a questo scopo. Il proclama iniziale l’ho copiato dal libretto del cd, e sono le conclusioni di una perorazione storica sullo spirito musicale nero e bianco. Ve la risparmio. Fatto sta che la celebrazione di tanto ecumenismo ha falle da affondare un altro Titanic. Tra i vari, i MOP fanno sempre figura. Il bailamme di chitarre sotto la loro timbrica invece non convince troppo. Si poteva fare senza, o poteva starci altro. Sa di posticcio, e lo stesso vale per Fredro Starr. Se la cavano meglio gli Insane e i Twiztid, anche Esham. Del resto è il loro pane, non fanno altro. E qui non è che lo facciano meglio che altrove… Due che invece onorano la causa del crossover sono i Kottonmouth e i Machine Head. Che proprio rap non sono, neanche loro.

Non voglio affondare un album comunque di qualità. E’ che quell’aura di sacro che s’è inventato lo rende vulnerabile. Per riportarlo qui giù, basterebbe pensarlo per ciò che è. Una compilation, curata e davvero sopra la media. Da avere se vi piace il crossover, o se non lo conoscete affatto. Una buona comparsa nell’annata straordinaria che è stato l’hip hop del duemila. L’hip hop che ancora oggi promuoviamo, in mancanza d’altro…

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