FRANCESCO DE GREGORI, Bufalo Bill (RCA, 1976)

Ci perdoneranno i patiti di De Gregori, ma noi, personalmente, non ne siamo entusiasti, non riusciamo proprio a farcelo piacere del tutto. O meglio, ci piace a spizzico, un po’ qua, un po’ là, a macchia di leopardo. E spesso ad attirare maggiormente la nostra attenzione sono canzoni generalmente considerate “minori”, o comunque non di primissimo piano: come ad esempio “Dr. Dobermann” in “La donna cannone” o, come qui, “Ultimo discorso registrato”, dalla sezione ritmica sbarazzina, che rompe la monotonia di un disco dai rari acuti, un poco piatto nelle sonorità e nella voce, dai toni nasali e vagamente lamentosi, scarsamente variati, del musicista romano. Intendiamoci bene però: non è brutta musica, tutt’altro; ma scorre via, senza lasciare molte tracce rilevanti, senza infamia certo, ma senza neppure molta lode. “Bufalo Bill” è una piacevole ballata, come De Gregori ne ha scritte tante, con un bel testo, questo sì; ma di banalità i suoi testi sono sempre difficilmente imputabili: spesso di sapore narrativo, necessitano di un ascolto attento e ripetuto. Inizia il periodo di collaborazione con Lucio Dalla (Banana Republic è del ‘79), ed ecco quindi “Giovane esploratore Tobia”, scritta a quattro mani col bolognese: e purtroppo, diciamo noi, si sente: monocorde al massimo grado, è in effetti un brano musicalmente “dalliano” cantato da De Gregori con accenti “dalliani”: forse il peggio dell’album. Ci si risolleva con “Disastro aereo sul Canale di Sicilia”, sospesa tra cronaca e fantasia, così come sospesa rimane la vicenda raccontata; ma il meglio arriva proprio alla fine, nella decima traccia, con “Santa Lucia”, un brano delicato, il più poetico e intenso, dai toni, quasi, di una preghiera laica; bellissima la coda strumentale finale che chiude il disco: organo di base e, sopra, poche note ripetute, modulate da una leggera chitarra elettrica.

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