Tra il tiro dei watt e quello dei bit, as usual, il Boselli nel 2012 ha amato i Japandroids, John Talabot, molti djset e il live “oltre le aspettative” degli Stone Roses. Odiatissimi: i Mumford & Sons.
I Beach House in cima alla classifica degli album, con Frank Ocean e Richard Hawley sul podio. E poi le dieci rivelazioni con i Japandroids in testa, “Elephant” pezzo dell’anno, le migliori cover, i migliori live e le delusioni più cocenti dell’anno appena concluso.
Come ogni anno, il miglior disco del 2012 segnalato da illustri amici, conoscenti e amici di amici di Kalporz: Animal Collective, Grimes, Real Estate, Local Natives, A Place To Bury Strangers, tra gli altri, ci hanno detto la loro
Anche per il Marchesi i Dirty Projectors hanno fatto il disco dell’anno, assieme a Beach House e Purity Ring. Ma non solo:menzioni, bolliti, enigmi (tra cui i Tame Impala) e concerti dell’annata che sta per lasciarci.
Il nostro “berlinese volante” quest’anno ha amato i Dirty Projectors, i Tame Impala e, soprattutto, Andrew Bird che si aggiudica il 3° posto tra gli album, la miglior canzone e si piazza tra i concerti dell’anno.
Il nostro Giordani incorona il “grande” Scott Walker al top della sua classifica, con qualche chicca (Violens) e le “solite” conferme (Grizzly Bear). Senza dimenticarsi di quel “matto” di Fiumani (Diaframma, “Niente di serio”).
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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