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“Aisatsana [102]” è il brano conclusivo contenuto nell’album Syro (2014) di Aphex Twin. Il titolo è un anagramma di “Anastasia”, il nome della moglie dell’artista.
Quando i bolscevichi aprirono il fuoco sulla famiglia reale, nello scantinato di Casa Ipat’ev, a Ekaterinburg, molti dei proiettili rimbalzarono sui gioielli incastonati negli abiti delle donne e gli esecutori dovettero terminare il lavoro a colpi di baionetta. Nessun membro stretto della famiglia Romanov sopravvisse a quella notte. Negli anni successivi venne a spargersi la voce che la figlia più piccola dello Zar, Anastasija, fosse sopravvissuta e, mentre i bolscevichi tentarono di cancellarne la figura dalla storia, lo spirito risorto della granduchessa divenne un simbolo guida per le forze monarchiche. Non a caso “Anastasia” significa resurrezione, e sempre per uno strano scherzo del destino si trattava della più particolare tra le figlie di Nicola II. Anastasija viene ricordata come vivace, curiosa, un volto che acuisce lo sguardo o rovina con una smorfia il rigore impettito della famiglia. Si dice che nelle vene dei nobili scorra sangue blu, e che il colore preferito della piccola granduchessa fosse invece il rosso; ed è proprio dal colore rosso che bisogna partire prendendo in esame il brano conclusivo di Syro, di Aphex Twin, uscito nel 2014.
Un ramo spoglio diventa cicatrice dell’aurora boreale sanguigna che si staglia nel cielo. Appollaiatovisi sopra, si fa sentire un malnutrito stormo di uccellini scuri e geometrici come punteggiatura. Le note del piano non si avvicinano: incombono – che è ben diverso. Ogni tasto si trascina dietro la forza invisibile che lo ha premuto e il suono ovale si alleggerisce sgocciolando sullo sfondo. I primi due minuti sono un’iniezione sottilissima e placida che immerge nel sonno. Lo stormo di pennuti scheletrici non smette di cinguettare – non smetterà mai – e passa dal puntellare il cielo rosso a rivestire i panni di spettatore del nostro sogno. La melodia è onirica, per l’appunto, ed è così rarefatta che sembra quasi fermarsi per riprendere fiato. Poi riparte. Una scala dai gradini liquidi.
Discendendola ci si perde in una discarica a cielo chiuso chiamata memoria, dove è rimasta soltanto un’anima a vagare senza pace e senza meta. Ed è la nostra Anastasia. A ognuno la sua. Ascendendola, invece, si dà inizio al risveglio, ma non dal sogno – questo no. Ci si risveglia da tutto ciò che ci ha costretti ad addormentarci. Da ciò che ha prosciugato le nostre energie e fatto saltare i chiavistelli delle palpebre. Ci si sottrae da ciò che rischia di sottrarci. Si punta il piede sul fondale e si spinge su. Ci si protende, si alzano le braccia, e non sono mai state così pesanti, ora che non stringono più quel che ci permetteva di risorgere. Anastasia. Da non confondere mai con anestesia, per quanto l’effetto di questa immensa canzone possa essere lo stesso.
(Federico Spagnoli)

