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Come sapete se ci seguite con attenzione, da un po’, e più esattamente dal 2021, collaboriamo con uno dei migliori siti musicali del Brasile, Scream & Yell. Con Marcelo ci siamo trovati subito molto in sintonia, perché le prospettive dei nostri due siti sono comuni e – per di più – entrambi i magazine hanno compiuto 25 anni nel 2025. Scream & Yell li ha festeggiato con un libro che raccoglie le migliori interviste, mentre noi di Kalporz abbiamo in serbo una sorpresa per marzo. Ma vi diremo presto. Intanto ospitiamo l’intervista proprio a Marcelo Costa, che spiega l’iniziativa. Auguri, Scream & Yell! (Paolo Bardelli)
Uno dei siti di Cultura Pop più completi di internet brasiliana, Scream & Yell, compie quest’anno, alla fine del 2025, 25 anni di attività. Per celebrare, una selezione delle grandi interviste pubblicate sul portale compone il libro “Eu nem queria dar entrevista: o melhor do Scream & Yell, vol. 1” (Editora Barbante), curato dal suo direttore Marcelo Costa, affettuosamente conosciuto da tutti semplicemente come Mac.
“La proposta di pubblicare il libro è venuta da Alessandro Andreola, dell’Editora Barbante, che già conoscevo, e adoravo quell’area di Cultura Pop che loro hanno nella serie di libri chiamata Sound + Vision“, ricorda Mac.
Uno degli eroi del giornalismo culturale e indipendente del paese, Marcelo ha parlato con il giornale A TARDE di Salvador riguardo a questa pubblicazione, affrontando anche la storia del sito, l’evoluzione del mezzo indipendente in questo quarto di secolo dalla sua creazione, ancora in formato cartaceo come fanzine, la sua migrazione online, l’idea di approfondire le tematiche con lunghe conversazioni pubblicate e, naturalmente, la speciale selezione di nomi raccolti in questa prima raccolta di interviste. Il cast di peso include figure come Fernanda Young, Richard Hell, Pitty, Cowboy Junkies, Marina Lima, Mike Watt, Pato Fu, Selma Uamusse, Guilherme Arantes, Alain Johannes, Frank Jorge, Russo Passapusso, Antonio Carlos & Jocafi, Jello Biafra, Jair Naves, Fito Paez e Steve Albini. Leggi l’intervista!

25 anni fa, alla fine del 2000, Scream & Yell passava dalla versione cartacea a quella online in un mondo virtuale molto diverso da quello di oggi. Come è stato questo processo?
“Alla fine degli anni ’90, vivevo e lavoravo ancora a Taubaté (dove la mia famiglia si era trasferita nel 1973, quando avevo tre anni). Ero dipendente statale della UNITAU, lavoravo nella biblioteca della Facoltà di Giurisprudenza. All’epoca, al cambio di secolo, mi è stata data un’opportunità di lavorare nel giornalismo a San Paolo. È stata una porta che il fanzine cartaceo di Scream & Yell ha aperto. Lo inviavo a diversi giornalisti come una forma di ringraziamento per ciò che avevano fatto per me, per quanto erano stati importanti nella mia passione per la cultura in generale e la musica in particolare. Persone come Lúcio Ribeiro, Álvaro (Pereira Júnior), Ana Maria Baiana, la redazione di Bizz, MTV, (Fábio) Massari, Soninha, Gastão (Moreira). Mandavo i fanzine a tutti quelli che riuscivo a contattare. Selezionavo un gruppo di giornalisti che ritenevo influenti nella mia formazione e li mandavo a loro come una forma (un po’ ingenua) di ringraziamento… senza nessuna idea che ciò potesse aprire porte. Eppure ha aperto. Lúcio Ribeiro mi ha portato a San Paolo, indicandomi per lavorare al portale iG, che stava iniziando a formarsi.
La migrazione di Scream & Yell dal fanzine alla rete è praticamente una cosa casuale. Perché io, essendo un ragazzo di provincia, di Taubaté, con tutte le limitazioni culturali della città, quando sono venuto a vivere a San Paolo, sono entrato in una routine di eventi quotidiani. Ho cominciato a fare nottate a San Paolo, vedendo film al cinema (a Taubaté allora non c’era cinema, era diventata una chiesa), vedendo concerti, andando nei bar, incontrando persone e così via. E sempre con il fanzine nello zaino: ‘Guarda, faccio anche questo qui’. In uno di questi bar, incontro un ragazzo molto importante in tutta questa storia: Hugo (Lopes Tavares). Entrambi scrivevamo per un sito di opinioni all’epoca, di cui nemmeno ricordo il nome, ma era un periodo di transizione tra il cartaceo e il digitale. Scrivevamo di film, dischi, libri, come opinioni per far capire agli altri se valeva la pena investire tempo e soldi in quell’“oggetto”. In fondo erano recensioni.
Essendo a San Paolo, non avevo più modo di fare il fanzine cartaceo per tutta la frenesia della capitale, ma volevo scrivere. Andavo a moltissimi concerti, vedevo un sacco di film. E pubblicavamo opinioni su quel sito dove ci siamo conosciuti. Ci siamo scambiati contatti e siamo usciti a bere, e io gli ho mostrato il fanzine. Lui lo ha adorato e mi ha chiesto se avessi mai pensato di fare un sito. Gli ho detto che avevo appena iniziato a lavorare su internet e gli ho dato i fanzine. Quindici giorni dopo ci incontriamo di nuovo al bar. Aveva creato una pagina su un sito gratuito – screamyell.hpg.com.br, equivalente oggi a Wix. Ha creato lo scheletro in HTML. E mi ha detto: ‘Ecco qui, la password è questa, il login è questo. Tu entri e pubblichi i testi.’
All’epoca non avevo un computer a casa, e in realtà non avevo nemmeno una casa: vivevo ospite nell’appartamento di un caro amico della facoltà e lavoravo al iG Nova Economia, il portale economico del iG, dalle 6 del mattino a mezzogiorno. Così passavo circa due o tre mesi entrando a mezzanotte e uscendo a mezzogiorno. Tra mezzanotte e le 6 del mattino, “popolavo” Scream & Yell con testi del fanzine, articoli che avevo scritto per quel sito di opinioni, e nuovi testi.
Dico sempre che Scream & Yell è nato a novembre 2000, ma più o meno già a settembre e ottobre avevamo articoli online. Non li pubblicizzavo, era un indirizzo che nessuno conosceva. Da novembre ho cominciato a promuoverlo con i mezzi che avevo allora, come ICQ. L’indirizzo è diventato popolare, ha ricevuto premi (dallo stesso HPG, incluso). È stata una cosa molto casuale: se Hugo non avesse creato quell’indirizzo e me l’avesse dato, non so se oggi il sito esisterebbe. Parallelamente, con il sito, ho scoperto la novità di uscire dai limiti del cartaceo: avevo tutto lo spazio del mondo per mettere le mie idee.

Una delle caratteristiche principali di Scream & Yell è l’approfondimento dei temi, con interviste lunghe che permettono a chi legge di immergersi lontano dal superficiale. Com’è stato trasferire alcune di queste conversazioni nel libro appena pubblicato?
“Il libro ‘Eu nem queria dar entrevista: o melhor do Scream & Yell, vol. 1’ è interamente basato su questa idea. Si tratta di articoli che non starebbero nel cartaceo tradizionale. L’intervista a Guilherme Arantes, per esempio, è lunga 30 pagine. Quella a Fernanda Young dura 28 pagine. È praticamente un numero intero della sezione Ilustrada. Un’intervista del libro è più lunga dell’intera Ilustrada. La migrazione dal fanzine cartaceo al digitale è stata anche una migrazione ideologica, un modo di capire una nuova forma di fare giornalismo.
Ricordo quando realizzai la quinta edizione del fanzine cartaceo Scream & Yell, con Kevin Smith in copertina. La portai alla redazione di Notícias Populares, che si trovava un piano sotto la Folha de São Paulo, per mostrarla a Marcelo Orozco, un altro giornalista che ammiravo. Mi diede una vera lezione di giornalismo in mezz’ora. Ricordo che mi disse: ‘Guarda, vedi questo testo che hai messo qui di Marcelo Rubens Paiva? Non va bene. Hai schiacciato le parole. Devi imparare a fare editing. Devi capire che in uno spazio di 2.500 battute non ci stanno 3.000. Devi tagliare, giusto?’
Io ho studiato Comunicazione Sociale con specializzazione in Pubblicità e Propaganda, quindi non provenivo dal giornalismo. Avevo superato il concorso per giornalismo alla UNITAU, ma la pro-rettrice fu categorica: non potevo frequentare le lezioni serali perché il turno più importante della Biblioteca di Giurisprudenza era notturno, e il giornalismo era solo di sera. Così seguii l’altra opzione, Pubblicità, di mattina. Ma continuavo a scrivere, da appassionato di giornalismo e musica.
Quella lezione di Marcelo Orozco, in venti minuti, condensò quattro anni di università e arrivò quasi contemporaneamente alla libertà che internet offriva, permettendomi di pubblicare un’intervista di 28 pagine completa. Guardando la Folha de São Paulo, pensavo: ‘Questa intervista a Caetano nella Folha forse dura 28 pagine, ma lui ne ha messe due o tre nell’Ilustrada, perché le altre 25 non ci stavano. E in quelle 25 pagine c’erano tante idee buone che sono rimaste fuori’.
E così iniziai a interessarmi a ciò che restava fuori, e questo è più o meno l’atto di nascita editoriale di Scream & Yell: un luogo dove leggere interviste lunghe, o meglio, interviste complete. Nulla resta fuori.”

Come si fa a cercare questo pubblico più interessato ad approfondire e che non si limita a scorrere gli schermi senza riuscire a rimanere a lungo sulla stessa schermata del cellulare?
“Esiste un pubblico per tutto, sai? Ma non abbiamo inventato la ruota: Uncut fa lo stesso, Mojo fa lo stesso. Pubblicano interviste lunghe. Credo ci sia pubblico per tutto. Questo è il punto di partenza.
In fondo, però, sono solo modi diversi di approcciarsi al giornalismo. Innocentemente, tra il 2010 e il 2011, pensavo che tutti avrebbero capito il valore di ciò che restava fuori dall’intervista. Ma no, fino a oggi pochi ci fanno caso, anche con giornali e riviste online che potrebbero ospitare contenuti più completi.
Quando abbiamo iniziato a fare Scream & Yell in questo modo, ho detto: ‘Pubblicheremo tutto. Nulla resterà fuori. Faremo sempre un ping-pong, perché il ping-pong è ciò che più si avvicina a un’intervista reale’. La materia giornalistica è spesso la visione del giornalista sulla conversazione. Questo è qualcosa che spesso le persone non considerano.
Ecco perché racconto questa storia nel libro: l’intervista a Fernanda Young del 2001, durata due ore e lunga 28 pagine (da cui il titolo del nostro libro). Ho selezionato alcuni estratti per un articolo pubblicato dalla Reuters, ma quell’articolo non è l’intervista: è la mia visione condensata in due pagine. Spesso i giornalisti affrontano una storia cercando citazioni che confermino la loro idea sull’oggetto culturale. Così, quando intervisti un regista o un musicista, arrivi con una certa opinione sul film o sul disco e cerchi conferme dalla loro bocca. È bello, è il bello del giornalismo, ma la conversazione è molto di più: è domanda, risposta, osservazione reciproca.
Il modo più perfetto di fare un’intervista è dal vivo: chi assiste vede espressioni, movimenti di chi intervista e intervistato. L’intervista televisiva dal vivo si avvicina, ma ci sono telecamere, angolazioni, fattori che cambiano la percezione dello spettatore. In fondo, uno domanda, l’altro risponde, e chi guarda vede il volto di entrambi.
Molte volte ho avuto difficoltà a trasmettere questi aspetti sul testo. Alcune persone dicono: ‘Questa intervista è pesante’. Io rispondo: ‘No! I temi sono pesanti, ma la conversazione è stata leggera, divertente, abbiamo riso tanto’. Ci sono dettagli difficili da trasporre in parola scritta.
La genesi del sito viene da quell’intervista a Fernanda Young: un articolo di due pagine per la Reuters, ma 26 pagine rimaste fuori. Così decisi di pubblicarle integralmente sul sito, momento di ‘Eureka’. Quella intervista è praticamente un manuale di giornalismo di Scream & Yell. È nata con una domanda: ‘È brutto fare interviste?’ e da lì il dialogo si sviluppa in modo improvvisato, rivelando tutto ciò che spesso resta fuori dal pezzo.”

Oltre a Fernanda Young, ci sono altri esempi di interviste simili nel libro?
Molti! Nella conversazione tra Jello Biafra e Homero (Pivotto Jr.) racconta cose che già sapevo: ha incontrato Renato Russo, è rimasto colpito dagli amici di Russo, e non sapeva quanto fosse grande la Legião Urbana in Brasile. Racconta anche di essere andato a casa di un collezionista di dischi e di essersi innamorato di un disco di Elba Ramalho, cosa che non avevo mai sentito dire da lui!
Passare le interviste dal sito alla carta ha permesso di rileggerle senza la fretta quotidiana e con la cura editoriale del libro. Ho ritrovato perle come Richard Hell che parla con Guilherme Lage: quando Guilherme chiede come ha sviluppato il suo modo di cantare, Hell risponde: ‘Hai sentito la mia prima band, Neon Boys, che avevo con Tom?’ Quel Tom è Tom Verlaine, chitarrista dei Television, amico di Patti Smith, figura chiave della scena newyorkese anni ’70.
Mike Watt, icona della scena rock indipendente americana degli anni ’80, racconta a Leonardo Tissot come Dave Grohl ed Eddie Vedder diventarono la sua band per un tour storico. Alain Johannes parla di Chris Cornell e di come il primo disco solista di Cornell sia stato registrato nello studio costruito con il suo anticipo.
Il libro contiene molti di questi dettagli: Marina Lima che passeggia con Mano Brown a San Paolo, Pato Fu che parla dei produttori dei suoi dischi, Steve Albini che commenta gli artisti che ha prodotto. Il libro è pieno di contenuti preziosi, curiosità e retroscena sulla musica e la cultura pop.
Ad esempio, Mike Watt, un grande rappresentante della scena indipendente del rock americano degli anni ’80, nei primi anni ’90 pubblica un disco che diventa un classico della scena indipendente (Ball-Hog or Tugboat?, 1995). In una conversazione con Leonardo Tissot, racconta:
“Ah, ho fatto il disco, ma non avevo intenzione di fare un tour. Ma Dave e Eddie mi hanno detto: ‘Noi saremo la tua band’. E questo ‘noi’ significa Dave Grohl e Eddie Vedder, dei due gruppi più grandi del periodo: Nirvana e Pearl Jam. Hanno detto: ‘Tu fai il bassista, io sarò il batterista, lui la chitarra’. È stato molto divertente. Questa storia amplifica la visione sul personaggio intervistato: un fan di Pearl Jam potrebbe non conoscere Mike Watt, ma ora capisce quanto fossero fan di lui Dave e Eddie e che hanno deciso di seguirlo in tour.”
Un’altra intervista importante è quella ad Alain Johannes, noto ai fan dei Queens of The Stone Age. Quando i Soundgarden andavano in tour in Europa, Chris Cornell gli chiese: “Vogliamo che l’Eleven tocchi con noi in questo tour”. Eleven era la band di Alain Johannes con la sua partner di vita. La casa discografica disse: “Non abbiamo soldi per sostenervi”. Alain rispose che voleva suonare, e Chris Cornell tornò dopo dieci minuti dicendo: “Ogni membro della band ha messo 35.000 dollari per portarvi con noi”. Poi, quando Chris Cornell ha registrato il suo primo disco solista, ha detto ad Alain: “Con l’anticipo del disco puoi costruire uno studio, e registrerò lì”. Così il primo disco solista di Cornell è stato registrato nello studio costruito da Alain Johannes grazie a quell’anticipo.
Tutti questi piccoli dettagli creano una “big picture”, un quadro generale della musica e della cultura raccontata da Scream & Yell. Il libro è pieno di momenti simili: Marina Lima che passeggia con Mano Brown a San Paolo; il Pato Fu che parla di tutti i produttori dei suoi dischi; Steve Albini che commenta gli artisti che ha prodotto. Ci sono moltissimi dettagli e curiosità incredibili, che rendono la lettura davvero preziosa.
Secondo Mac: “Sono di parte, ma questo libro è davvero sensazionale! Ci sono così tante storie e retroscena che meritano di essere letti, dal primo all’ultimo capitolo.”

