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Quando i ’90 diventano storia (e non nostalgia)
Oramai lo sappiamo: se Marty McFly fosse partito dal 2025 per andare a visitare i suoi genitori, sarebbe finito nel 1995 visto che nel film originale va indietro di 30 anni (dal 1985 al 1955). È impressionante, ma abbiamo visto tanti reel che oramai abbiamo anche decodificato e interiorizzato questa sorta di cliffhanger emotivo. Ma non abbiamo ancora tratto delle conclusioni da questa annotazione: è che oramai il tempo trascorso dagli anni ’90 è storicizzabile, per certi versi, e possiamo dunque tirarne anche un po’ le fila su cosa fanno gli eroi italiani musicali di quegli anni. C’è chi ha trovato rifugio onorabilmente in mezzi di comunicazione con più seguito delle radio indipendenti, c’è chi ha virato elegantemente verso una folk-music del proprio territorio, c’è chi semplicemente ha perso l’ispirazione e fa finta di no, chi guarda solo al passato e fa reunion per guadagnarsi le ultime accoglienze. Insomma, ci sono un sacco di esperienze diverse ma non tutte artisticamente sostenibili, ad oggi.
Umberto Maria Giardini, l’artigiano che non ha mai perso l’ispirazione
E Umberto Maria Giardini? Anche se è arrivato sul finire dei ’90 con l’esordio discografico (a nome Moltheni), lo si può considerare un po’ un figlioccio di quella generazione. Lui continua a suonare come un artigiano paziente e dedito all’arte. E ha dato alle stampe nello scorso novembre un album bellissimo che è “Olimpo Diverso”: onirico, ispirato, caldo. La visionarietà si manifesta soprattutto in “Frustapopolo”, una delicata suite con echi dei Pink Floyd (il sax finale che si incrocia con la voce), la sincerità in canzoni come “Energia” che rinverdisce i fasti del rock italiano dei ’90, appunto, ma in particolare ci sono squarci di luce che si irradiano subito quando partono pezzi come “Paga la vita” che hanno chitarre acustiche leggiadre e stralci di testi memorabili (“Non ho contanti con me / perché non pago più / perché lo farai tu per me”) o già titoli evocativi (“Pietre nell’accappatoio”). Umberto Maria Giardini non si siede su alcun alloro, del resto ormai dimenticato, non si lagna della propria condizione ma cesella, tesse, sembra un bravo pittore che si siede giornalmente davanti alla sua tavolozza, cercando l’ispirazione. Che arriva. Basta chiedere, basta non darla per scontata.
Ascoltare piano, nel tempo dello streaming veloce
A mio parere c’è ancora bisogno di album come questi, che rendono l’ascolto lento invece che veloce, che danno subito l’impressione che con loro non è sufficiente una passatina e via come si fa ahimé spesso con lo streaming, quanto piuttosto un ascolto rilassato e attento. Mettiamolo nei buoni propositi di questo 2026, di fare ascolti più consapevoli: con album come “Olimpo Diverso” è facile.
80/100
(Paolo Bardelli)

