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dEUS, Concerto al Vox di Nonantola (MO) (4 maggio 2006)
dEUS fuori moda? Vox mezzo vuoto
Dov’erano gli indie-nerd? Mi sarei aspettato un “Vox” stracolmo, dopo che una tormenta di neve aveva reso inavvicinabile le precedenti date italiane dei dEUS, e invece nulla, o comunque meno pubblico del previsto. Già, i dEUS sono passati di moda. Ci sono nuove next big things da inseguire. Beh, peggio per chi non c’era, perché i dEUS rimangono una band formidabile, con un impatto live assolutamente incredibile.
E così, evito i consueti dribbling tra t-shirt d’ordinanza e badges, ed entro al “Vox”, dove sul palco stanno suonando i Millionaire: figliolanza diretta dei Kyuss con qualche riffone rubato ai Pumpkins più inclini all’hard rock anni ’70, sembrano una versione massimalista dei The Kills. Un muro di suono molto potente, che però mi lascia completamente freddo. Il solito rockettone da testa oscillante che dopo due secondi già non ti ricordi più.
Ben poco in comune con i dEUS, se non il passaporto; ma il pubblico si accorge presto che la musica sta per cambiare, quando Tom Barman e soci entrano in scena, avvolti da una fumosa luce verde, e attaccano il crescendo passionale di “Bad timing”. È tutta un’altra cosa, adesso: una classe immensa, la capacità di prenderti a schiaffi con piccole e fulminanti parentesi di rumore, di costruire le architetture di suono più imprevedibile, di saper portare il pubblico altrove.
Dall’inizio folgorante ai classici senza tempo
L’inizio è folgorante: dopo “Bad timing”, sfilano versioni molto più energiche di “Stop-start nature” e dell’inattesa “Fell off the floor, man”, mentre il pubblico è definitivamente conquistato da “Instant street”, con quella sequenza elementare di accordi di acustica che esplode in un finale devastante. Veri e propri animali da palco, i cinque danno il meglio di sé nelle cinematiche perversioni jazz della straordinaria “Theme from turnpike” e nella perfezione pop devastata dal rumore di “Little arithmetics”; ma non appena penso che siano proprio le canzoni di “In a bar, under the sea” quelle che reggono meglio a distanza di anni, arrivano una “Suds and soda” stordente a travolgerci (tutti a saltare e a ributtare verso il palco tutti quei “friday” con una splendida e liberatoria foga), o “What we talk about” finalmente corroborata da profonde iniezioni elettriche.
Bis in chiaroscuro, ma band monumentale
Restano solo i bis, dopo quasi due ore, e sono l’unica parte deludente del concerto, eccezion fatta per una “Nothing really ends” così dolce da stritolare il cuore: si chiude con una potente e convulsa “For the roses”, ma all’appello finale mancheranno “Hotellounge”, “7 days, 7 weeks” e “Sister dew”. Forse è vero, i brani di “Pocket revolution” perdono il confronto con il vecchio repertorio, ma i dEUS restano comunque i dEUS: una band schizofrenica, eclettica, potente, dolcissima, geniale. Grandissimo concerto e, ripeto, peggio per chi non c’era…
(Daniele Paletta)
foto di Daniele in CC Attribution-NonCommercial 2.0 Generic

