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dEUS, Concerto al Rolling Stone (Milano) (30 ottobre 2008)
dEUS: dal ridicolo del video al live che spaventa
Ultimamente s’è parlato dei dEUS più che altro per il gusto del ridicolo del Tom Barman regista, che omaggia, prende per i fondelli oppure esprime pura simpatia per il Belpaese con il risibile video di “Eternal Woman” (vedi news) . Dopotutto da queste parti, dopo le quattro date di luglio e le recentissime cinque di questo mini-tour italiano, siamo ormai abituati ad incappare nella superband belga per un live degno di questo nome.
Da parte mia, non avevo mai visto i dEUS live e da tempo mi sentivo dire da ogni dove che, piacciano o meno gli ultimi dischi (che da queste parti comunque piacciono sì), vederli in azione sul palco è qualcosa di assolutamente doveroso. Senza ormai dubbio alcuno, mi fiondo così sotto la triste pioggia della circonvallazione esterna per testare le capacità di quelli che mi aspettavo essere più che altro degli eccentrici e curiosi tizi che suonano belle canzoni. E invece…
Tom Barman sciamano, Mauro Pawlowski mattatore
Parte “When She Comes Down” e subito la mia idea cambia. Non soltanto il suono, massiccio, ben poco eccentrico quanto piuttosto spesso ed avvolgente, che riesce a dare nuova linfa a pezzi su disco poco convincenti (come “Is A Robot” o “Favourite Game”) e a vecchie e sconvolgenti glorie passate (dall’attesissima discotheque di “Fell Off The Floor, Man”, passando per una “Theme From Turnpike” da rimanerci secchi, fino all’acidissima “Roses” nei bis); ma anche e soprattutto la presenza fisica: Tom Barman, capo assoluto della baracca, ha il fare del macho, del maestro di cerimonia, del guru, dello sciamano, come se gli occhi schizzati di Vedder si fossero fusi con le sigarette di Lanegan e la cosa riuscisse ed avere un senso.
Al suo fianco, Mauro Pawlowski, chitarra e voce, è invece il co-protagonista che spesso e volentieri rischia di rubare la scena al boss. Non fa nulla di particolare se non essere lì, consapevole della propria ficaggine: vestito bene, vagamente impostato, sguardo compassato, eppure sempre pronto a sputare fuori un po’ di quella follia alla Evil Superstars di cui era leader. In una botta di furia durante “If You Don’t Get What You Want” inizia a far volteggiare la chitarra in aria, la scaglia per terra, la raccoglie e rischia di mandarla in mezzo ai riflettori che circondano il palco. Tutti rispondiamo con un applauso dagli gli occhi sbarrati prima di buttarci negli anni ’90 del “Friday! Friday!” di “Suds & Soda”.
Tra sorprese e chiusure devastanti
Parlavamo dei dEUS e dell’Italia, in apertura e non solo, quindi pare giusto riportare anche l’inaspettata presenza di mister Paolo Kessisoglu (sì, lui, quello di Luca & Paolo, Camera Cafè, E Allora Mambo, etcetc..) che durante “The Architect” imbraccia una Les Paul ascellare e si lancia nel robotico riff principale, diretto da un contentissimo Barman. Chiunque sappia spiegare il senso questo fatto, accolto fra incredule risate, si ritenga libero di comunicarcelo. Comunque uno spasso.
“Molto bravo Mauro, stasera molto bravo” commenta il tizio conosciuto la sera stessa a fianco a me, trovando le ultime conferme nella grandiosa chiusura di “Morticiachair”, con il nostro Pawlowski protagonista assoluto fra urla e sceneggiata. Ma molto bravi tutti, ché parrebbe ingiusto non segnalare, oltre ai due frontmen, una sezione ritmica impeccabile ed un tappeto fra tastiere e violini lisergici che non lasciano spazio alla minima crepa lungo un muro sonoro che a ripensarci fa davvero spavento.
Molto bravi dEUS, stasera molto bravi.
(Gabriele Maruti)

