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The Decemberists, Estragon (Bologna) (17 febbraio 2007)
Un’apertura fiabesca con “The Crane Wife”
Non poteva che esordire con una coppia d’assi l’unico concerto italiano del tour di presentazione di “The Crane Wife”: “The Crane Wife 3” e “The Island” immergono di prepotenza l’ascoltatore nel mondo fiabesco e avventuroso di Colin Meloy, pur con qualche leggera sbavatura nell’esecuzione (come nel riff chitarristico d’apertura), abbastanza comprensibili a freddo in brani di più recente esecuzione live. La voce di Meloy non tradisce incertezze, non cerca scappatoie nei passaggi più difficili (il crescendo tonale nel finale della title track, il falsetto nella sezione centrale della suite), emoziona nella sua rilassatezza molto britannica. Anche dal vivo “The Island” conferma tutta la sua carica progressiva, culminante nella seconda parte, dove il rinforzo d’organo sfocia in tentazioni solistiche piuttosto inusuali per Jenny Conlee, peraltro equilibrate e mai ridondanti.
Polistrumentismo e spettacolo visivo
La band conferma la sua grande duttilità strumentale: Chris Funk non è il solo polistrumentista, tutti si adattano alle esigenze del suono Decemberists per una resa quanto più simile possibile a quella di studio. Moen aiuta alle tastiere quando Conlee è impegnata alla fisarmonica, Query utilizza anche il contrabbasso elettrificato, la poliedrica Laura Veirs (suo il duetto vocale con Meloy in “Yaknee Bayonet”) si cimenta con violino, strumenti a pizzico (sopattutto il banjo), chitarra elettrica e glockenspiel, Funk sfodera addirittura la ghironda. Tutto ciò non sminuisce la dimensione live sostanzialmente per due ragioni: primo perché la musica della band, nei suoi raffinati arrangiamenti, finirebbe inevitabilmente impoverita da una eccessiva semplificazione strumentale; secondo perché lo spettacolo trae forza ed efficacia, oltre che dal dato sonoro, anche da quello visivo: e in questo senso la girandola degli strumenti fa perfettamente il proprio dovere. Senza contare l’istrionismo di Meloy, emerso con decisione nello scorcio finale del concerto e al quale siamo debitori di una incursione fra il pubblico.
Scaletta equilibrata e una delusione
Assai equilibrata la scaletta: ovvia e giustificata la prevalenza di brani dell’ultimo album – oltre a quelli già citati, anche “O Valencia!”, l’impeccabile “one man perfomance” di Meloy in “Shankill Butchers”, “Sons & Daughters” e “The Crane Wife 1”. Sì avete letto bene, solo la parte 1: il perché dell’inopinato e ingiustificato troncamento di uno degli episodi sia vocalmente che strumentalmente più riusciti del disco risulta davvero incomprensibile, se non ipotizzando un problema strettamente legato all’esecuzione dal vivo. La delusione, per chi scrive (ma crediamo non solo per noi), è stata tutt’altro che passeggera, tanto da averci indotto a sperare in una effettistica quanto improbabile ripresa a distanza. Plauso grande presso i fan hanno riscosso ovviamente i pezzi già consolidati del repertorio, come “We Both Go Down Together” o “Sixteen Military Wives” (ambedue da “Picaresque”), quest’ultima dilatata per permettere una divertente “comunicazione interattiva” con il pubblico.

