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David Sylvian, fra glitch e poesia: il coraggio di “Blemish” dal vivo
Sono trascorsi due anni esatti da quando Sylvian su questo stesso palco indossò i panni a lui poco congeniali di frontman a tutto tondo. Il disagio di allora fu evidente: lui così abituato a stare nell’ombra, “costretto” a condurre una band di virtuosi attraverso una profonda retrospettiva del suo repertorio in chiave jazzata. Intendiamoci, non fu un brutto concerto, ma fu palpabile la sensazione che in qualche modo egli andasse contro la sua natura.
Ieri il “Signor Gentleman” è al contrario rientrato nel suo alveo naturale, quello del coraggioso esploratore romantico che opera fra gli anfratti remoti della sua arte: palco in penombra, strumentazione scarna composta di due laptop, un paio di tastiere e percussioni elettroniche, e l’ingegner Masakatsu Takagi a curare, rigorosamente live, la parte visiva dello show, con l’ausilio di due schermi che raccontavano ai nostri occhi i gioielli sonori di “Blemish”.
Dal minimalismo elettronico all’unplugged intimista: un viaggio a due volti
Coerente fino in fondo con la sua sorprendente ultima opera, Syl ci ripropone fedelmente l’intera scaletta dell’album, senza farsi remore nell’utilizzare basi pre registrate, come in tutti i frangenti in cui si è trattato di evocare la spericolata chitarra di quel grande dell’avanguardia che risponde al nome di Derek Bailey. Chi conosce l’album può ben comprendere l’assoluta imprescindibilità della scelta artistica, volta a ricreare fino in fondo i tessuti sonori “ambient glitch”, che sono poi la quintessenza di “Blemish”.
Ci troviamo allora ad assistere ad un’affascinante carrellata d’immagini assolutamente eteree, quasi “liquide” che si muovono (in)disturbate sulle onde dei glitches, davanti agli occhi dell’uomo di nero vestito, intento a colorare i fotogrammi col suo inimitabile timbro vocale. E’ così che il viaggio ha inizio, con la lunga suite minimale che dà il titolo all’album, per proseguire ininterrottamente fino all’epilogo di “A Fire in a Forest”, scritta assieme e Fennesz e mirabile chiusura di un lavoro che anche dal vivo è risultato essere completo, audace e geniale. L’intimismo elettronico che si sposa con l’impressionismo visivo, il succedersi di composte situazioni di vita quotidiana, che ritraggono per lo più bambini, combinati con i suoni che ne deformano la prospettiva, fino ad assumere quella dimensione senza tempo che Sylvian ci ha brillantemente trasmesso anche nell’album in studio.
La parte di pubblico presente che non ha messo le mani su “Blemish”, sarà di certo rimasta spiazzata da questa prima parte di serata, così distante da qualsivoglia approccio tradizionale: sarà per questo che il Nostro pensa bene di ricompensare la pazienza di tanti ascoltatori imbracciando una più rassicurante chitarra acustica. Da questo momento in poi, se si eccettua l’incredibile trip finale (e inedito) “Wasn’t I Joe?” nel quale vengono riprese con forza ancora maggiore le tematiche d’avanguardia della prima parte del live, è un susseguirsi di esecuzioni che potremmo definire “unplugged”, se non fosse per i discreti interventi di Steve Jansen, che gestiva in chiave minimalista una sezione ritmica rigorosamente digital.
Tra passato e futuro: dai Japan a “World Citizen”, il live che sorprende
Orfani anche delle immagini, ci troviamo allora in una dimensione più tradizionale, ad inseguire le note di una versione trasognata della decadente “The other side of life”, tratta dal disco dei Japan “Quiet Life” ma spogliata della sua oscura e lenta teatralità, oppure quelle dell’obliqua medley fra la preghiera ambientale di “When Poets Dreamed Of Angels” ( da “Secrets of the Beehive”) ed il calmo notturno di “Cries and Whispers” (questa volta il progetto era “Rain Tree Crow”) nella quale il filo conduttore è rappresentato unicamente dall’incredibile disinvoltura con la quale un inciso trasfigura in un nuovo tema, senza però smarrire il percorso originario.
Il gioco sylvianiano nella sua versione “classic live” (e per questo scordatevi quanto vi ho detto riguardo alla prima parte del concerto) consiste da sempre nel riplasmare le canzoni fino a farle assomigliare a qualcosa d’altro, con quella maestria che fa di ogni suo tour un appuntamento dall’appeal irresistibile. Le altre citazioni riguardano “Dead Bees on a Cake”, rappresentato con il brano “Praise”, delicata preghiera/ ballata cantata in indiano, con testo tradizionale e musiche dell’artista indiana Shree Maa (che peraltro la canta nell’album in studio) ed una ulteriore escursione nel decisivo e storico album “Secrets of the beehive”, con la classica “Maria”. Il suggello del concerto, che sembrava arrivare al suo epilogo con questo viaggio a ritroso nella produzione meno recente, avviene invece con un nuovo “ritorno al futuro” rappresentato dalla già citata e quasi inquietante parata psichedelica di “Wasn’t I Joe?”, che per l’appunto chiude lo show.
I bis sono dedicati al nuovo singolo scritto per Sakamoto “World Citizen”, che in tutta onestà pare poco più che un’innocua ed orecchiabile pop song, e ad una “stoppatissima” versione acustic blues di “Jean the birdman” forse il suo più famoso brano fra quelli scritti a quattro mani insieme a Bob Fripp. Chi voleva “sorprendersi” è servito, così come chi aveva una voglia matta di rivedere all’opera il “proprio” Sylvian: in definitiva un ottimo concerto, forse il suo migliore fra quelli, ormai numerosi, a cui ho assistito.
(Markus)
Scaletta
Blemish
The Good Son
The Only Daughter
The Heart Knows Better
She Is Not
Late Night Shopping
How Little We Need To Be Happy
A Fire In The Forest
The Other Side Of Life
When Poets Dreamed Of Angels + Cries And Whispers (medley)
The Shining Of Things
Blue Skinned Gods
Praise
Maria
Wasn’t I Joe?
***
World Citizen
***
Jean The Birdman

