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Tra Parigi e il Mediterraneo
Con un alias ispirato a un santo, a un anarchico spagnolo e a un poeta futurista italiano, Daniele Colussi si muove con naturalezza tra dilemmi emotivi e dualità ataviche nel suo quarto lavoro in studio. Nonostante questi riferimenti carichi di tensione, la sua musica non ha nulla di rivoluzionario o aggressivo: piuttosto, costruisce un canzoniere elegante e ricercato, che pesca tanto dal romanticismo crepuscolare dei cantautori francesi – quelli che fumavano Gitane o Gauloises contemplando la Senna – quanto dalle artiste eccentriche e visionarie che hanno tracciato percorsi del tutto personali.
Il risultato è un disco che profuma di località turistica mediterranea e vibrazioni franco-canadesi: un equilibrio perfetto tra jazz (con due brani strumentali che richiamano la Blue Note più classica e il Coltrane di Affirmation, ma rivisitati da una lounge band europea), soft funk, cantautorato, soul, barocco, art-pop e franco-pop.
Romanticismo, ironia e citazioni colte
Colussi alterna romanticismo e ironia, intrecciando metafore, immagini surreali e un filo di distacco autoironico. In Do You Ever Think, ad esempio, cita con tono quasi gainsbourghiano: «E dimmi, quel cane che annega nel tuo nuovo dipinto dovrebbe assomigliarmi?». Più avanti, con voce alla Dylan di Lay Lady Lay, si fa poetico: «Quando i falchi assalgono le tortore del mattino, ti faccio pensare a me?». Lo stesso cane riappare in Call Me The Author, brano barocco e autobiografico: «Ho iniziato come un cane / un tipo di cane che si rifiutava di abbaiare».
Vocalmente e per scrittura, Colussi ricorda Lloyd Cole, Dr Robert e Leonard Cohen – un accostamento che calza, visto che il disco è stato registrato a Toronto con una band al completo e sezione fiati, pur mantenendo tracce delle radici torinesi e di un’impronta sonora profondamente francese. Con la voce di Victoria Cheong in Beware, il disco sfiora territori che sembrano un incontro tra Brigitte Fontaine e Areski Belkacem, o tra Gainsbourg e Little Annie, con echi di Joanne Grauer.
Il cuore agrodolce di Eros
Il titolo e i temi si ispirano a Eros: The Bittersweet di Anne Carson, un saggio che esplora la dualità di Eros nella mitologia greca: piacere e dolore, attrazione e mancanza. Colussi ne dà una lettura contemporanea, ma intrisa di nostalgia. Musicalmente osa con «composizioni senza ritornello in 6/8» e arrangiamenti che intrecciano archi e ottoni con eleganza, evocando Sébastien Tellier, Annette Peacock, Rickie Lee Jones, The Blow Monkeys, Bernardo Devlin e persino un tocco di Jarvis Cocker.
Il disco si chiude con My Funeral, un addio carico di humour nero e malinconia, a metà strada tra Brel e Brecht. «Ma ricordate, ho tenuto la porta aperta a una vecchietta» (“But remember, I held the door open for a little old lady.”), canta Colussi, stemperando con un sorriso la marcia funebre che accompagna il congedo.
Un lavoro coerente e ispirato, che cresce a ogni ascolto. Forse, il miglior album di Daniele Colussi.
78/100
(Dominic Valvona)

The Monolith Cocktail è un blog indipendente con base a Glasgow, Scotland (UK).
Le ragioni della collaborazione tra Kalporz e The Monolith Cocktail puoi leggerle qui.

