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No, di anni ne sono passati “solo” 23 da quel 28 Giorni Dopo con cui Danny Boyle riscrisse le regole degli zombie movie. Passando anche attraverso un 28 Settimane Dopo (2007, Juan Carlos Fresnadillo), abbiamo saltato il gradino dei mesi, ma la saga madre del genere infetti torna finalmente nelle mani del regista di Trainspotting. Boyle, con la sceneggiatura di Alex Garland, ci riporta in una Gran Bretagna devastata a quasi tre decadi dall’apocalisse, nel primo capitolo di quella che si annuncia come una nuova trilogia: come si è evoluto il virus, e, soprattutto, com’è cambiato chi è sopravvissuto?
Possiamo scoprirlo solo al cinema.
28 Anni Dopo si corre ancora

Il virus della rabbia ha ormai distrutto la Gran Bretagna, che è stata messa in quarantena dal resto del mondo impedendo la diffusione dell’infezione sul continente: nessuno entra, nessuno esce.
Una piccola comunità di sopravvissuti vive sull’isola di Lindisfarne: un giorno Jamie (Aaron Taylor-Johnson) porta il figlio dodicenne Spike (Alfie Williams) sulla terraferma – collegata a Lindisfarne tramite una strada rialzata che viene risparmiata dall’alta marea solo per poche ore al giorno – come rito di iniziazione. Qui Spike scoprirà presto da che mondo finito e spietato è stato al riparo finora.
Con 28 Giorni Dopo, un Danny Boyle all’epoca reduce dal cocente flop di The Beach si era giocato il tutto per tutto: un budget estremamente ridotto aveva generato un successo clamoroso per un film girato interamente in digitale, sporco, frenetico e ad alta tensione, che trasformò gli zombie da lenti non morti a furiosi umani contagiati da un virus scientificamente plausibile – e che correvano.

28 Giorni Dopo ha profondamente segnato l’immaginario del genere infetti nei vent’anni seguenti, sia nel cinema – REC, World War Z, Io Sono Leggenda… – che nei videogiochi, come Days Gone e soprattutto The Last of Us. Boyle non si è però adagiato sugli allori e ha continuato ad aggiornarsi: pur con un occhio sempre diretto ai capostipiti, i film zombie di Romero, 28 Anni Dopo pesca a sua volta da opere come L’Attacco dei Giganti (piccola comunità rurale circondata da minacce mostruose e lasciata indietro dal resto del mondo; gli infetti Alpha che ricordano il Gigante Bestia; la corsa degli stessi infetti) e dallo stesso The Last of Us.
Dal gioco NaughtyDog, infatti, 28 Anni Dopo eredita atmosfere e dinamiche genitoriali, oltre ad un’evoluzione degli infetti in varie tipologie, e non più solo una massa indistinta.
28 Settimane Dopo, invece, viene lasciato in disparte, in particolare il finale in cui l’infezione sembrava arrivare in Europa: non è ben chiaro se si sia scelto di ignorare totalmente il fatto o se sia stato liquidato nelle due frasi di apertura, che insieme a un paio di inquadrature flashback costituiscono gli unici riferimenti.
Amore e morte in 28 Anni Dopo

Come il suo predecessore, 28 Anni Dopo nasce dalla sempre ispiratissima penna di Alex Garland.
Il regista dell’ingiustamente ignorato Civil War scrive un film complesso e stratificato: se The Last of Us sfruttava il contagio come pretesto per raccontare la brutale involuzione dell’uomo, 28 Anni Dopo lo fa per mettere al centro di tutto la famiglia e l’amore tra madre e figlio come nucleo. È infatti Isla (una bravissima Jodie Comer), madre di Spike e gravemente malata, a fungere da vera forza motrice per suo figlio, contrapposta a un padre tormentato, Jamie, di cui il ragazzo inizia a dubitare.

Speculare a Eros c’è da sempre Thanatos, la morte, rappresentata dal misterioso Kelson (Ralph Fiennes).
È un personaggio con forti vibes da colonnello Kurtz, a un primo sguardo, rimasto fuori dalle mura – pardon, sulla terraferma – ma con molto più da dire di quanto non suggerisca l’aspetto, e che funge da toccante ponte verso quella Morte che attende tutti. In questo mondo, prima lo si accetta e meglio è.
Uno, cento, mille Danny Boyle

Kelson spiega che esistono molti modi di morire, alcuni migliori di altri. Ecco, tra i migliori sicuramente non figura finire nelle mani degli infetti, che in questo film sono più brutali e selvaggi che mai – soprattutto gli enormi Alpha – ma che al contempo iniziano a mostrare segni di primordiale evoluzione.
Gli incontri/scontri con i contagiati sono spettacolari e carichi di tensione (e non per i deboli di stomaco): 28 Anni Dopo è in tutto e per tutto una creatura di Danny Boyle, che fin da Trainspotting mantiene inalterato il suo stile frenetico e punk, fatto di zoom, fermo immagine, montaggio frammentato e brani ’90. Il regista britannico continua a sperimentare e divertire con momenti quasi da videoclip e videogioco – le riprese sono state effettuate in gran parte con iPhone 15 Pro Max montati su appositi supporti, e si nota – oltre a immagini documentaristiche, come le riprese notturne degli infetti; a livello politico, i cenni alla Brexit, con l’isolamento del Regno Unito, sono chiari.
Nella parte centrale il film rallenta un po’, alcune forzature narrative lasciano dubbi e il finale, piuttosto particolare, farà storcere più di qualche naso. Al netto di ciò, però, 28 Anni Dopo non è l’ennesimo sequel nostalgia fuori tempo massimo: è un horror originale ed efficace nato da un’idea ben chiara di due grandi autori.
Il secondo capitolo già annunciato per il 2026, 28 Years Later: Bone Temple, sarà diretto da Nia DaCosta, mentre l’eventuale terzo dipenderà dagli incassi e vedrebbe un altro ritorno di Boyle dietro la macchina da presa.
Non resta che una cosa da fare, quindi: andare al cinema!
NPC Magazine è la Rivista di critica cinematografica edita dall’Associazione Il Fascino degli Intellettuali. Le ragioni della collaborazione tra Kalporz e NPC Magazine puoi leggerle qui.
