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Dall’abbraccio agli artigli: il cambio di faccia delle Wet Leg
Nel debutto in copertina si abbracciavano, trovando forza nell’essere insieme piuttosto che da sole, ora si manifestano in maniera più radicale e apparentemente cattiva, pronte ad azzannare e comunque bastandosi a loro stesse in un auto-abbraccio e con un esplicativa calza “I Love Me”. Parrebbe un’evoluzione e invece non lo è. La formula si è disgregata, il divertimento pure, le Wet Leg sono formalmente diventate più band (a Rhian Teasdale e Hester Chambers si sono uniti Ellis Durand, Henry Holmes e Joshua Mobaraki) ma si sono dimenticate della leggerezza e della forza del duo.
Singoli fuorvianti e aspettative tradite
Il singolo “catch these fists” aveva ingannato, per via di quel suo riff obliquo e ossessivo e di quelle esplosioni sonore da mettere su a volume esagerato. Una forza della natura. “Ben fatto, ragazze”, si era pensato. Dopo un brano del genere ci si aspettava molto. L’altro estratto “CPR” peraltro era più interlocutorio, e forniva più dubbi che risposte, perché l’energia in parte c’è ma si respira meno inventiva.
Alla prova del nove dell’album intero, ecco il crollo: canzonette molli (“davina mccall”) o indie-snob (“mangetout”, “u and me at home”), brutte copie dei Pixies e per di più floppe (“liquidize”, che fa rimpiangere gli ultimi Pixies, e ci siamo capiti) o degli Sterephonics (“pokemon”), un vero deserto di idee che in certi passaggi sembrano creati con Suno. Certo, non mancano dei brani che risollevano il tutto e che potevano essere una direzione: la meditabonda e toccante “11:21” o la spaccona “pillow talk” ne sono degli esempi, nella loro diversità. Il che attesta che non conta se le Wet Leg rallentano o rumoreggiano di più, quello che importa è che lo facciano con convinzione e consapevolezza. Il cazzeggio ok se ne è andato, quello non aleggia più sulle loro canzoni, come quando hai passato i vent’anni ad uscire tutte le sere e ora, sulla soglia dei trenta, fai ancora finta di divertirti agli aperitivi fighi ma vorresti essere a casa in binge-watching. Ecco, tutto questo si sente nell’album. Le Wet Leg fanno finta di svagarsi ancora ma si capisce che non è più tempo. Allora, visto che quell’alchimia non poteva essere ricreata in laboratorio, se avessero puntato sull’evoluzione di loro stesse avrebbero vinto. Invece giocano la carta delle ribelli che si autoamano e autoamano e vabbé, fin quando questo individualismo suonerà ancora come interessante? Per me è semplicissimo solipsismo. Ripetitivo, tra l’altro.
La ribellione forzata di chi non si diverte più
Che dire di più? Che “Moisturizer” è una vera delusione perché le aspettative erano alte, perché per il sottoscritto considerava il debutto “Wet Leg” come uno degli album più belli del 2022, che sarà certamente un album importante perché a livello di immagine le Wet Leg rimangono ancora molto potenti, che su di loro c’è ancora molta attenzione e interesse a cui questo album per certi versi può rispondere positivamente perché ad alcuni ascoltatori potrà sembrare piacevole e confortevole. Sì, come una risposta di ChatGPT a un tuo dubbio esistenziale: servile, lusinghiera e accomodante. Non arrovelliamoci con domande scomode, che qui c’è gente che cerca faticosamente, e inutilmente, di divertirsi.
55/100
(Paolo Bardelli)

