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Poco più di tre mesi fa usciva per la storica etichetta Domino Sinister Grift, il decimo album di studio di Noah Lennox, conosciuto con il moniker di Panda Bear. Non si tratta del classico #tbt, è giusto ammetterlo. Il disco è uscito di venerdì e tre mesi non sono certo sufficienti per un anniversario o un amarcord. Eppure, l’ultimo lavoro del musicista di Baltimora, ora di stanza a Lisbona, è un album senza tempo, una delle migliori uscite degli ultimi anni, o anche del decennio, volendo azzardare. Si meritava quindi un suo spazio su Kalporz, che non era riuscito a recensirlo al momento della sua uscita. Quale migliore occasione del Throw Back Thursday per parlare di un disco che fa delle influenze sixties e, udite udite, oughties, non solo una fonte di ispirazione, ma la materia primordiale da cui emergere in tutta la sua accattivante armonia?
Facendo un passo indietro per chi conoscesse poco Panda Bear, stiamo parlando di un’istituzione di quello che un tempo era “l’indie”. Membro di spicco di quegli Animal Collective che spaccarono in due la musica agli inizi dei duemila, collezionando gli osanna della critica e l’amore dei fan, Lennox è stato ed è anche un prolificissimo musicista solista, con ben 10 lavori all’attivo. Rimanendo sul tema “critica”, il suo “Person Pitch” raccolse un 9,4 su Pitchfork nel 2007, quando un’investitura di questo tipo significava eterna gloria, per lo meno tra tutti i ragazzi con la camicia a quadri e i jeans a sigaretta che frequentavano i Primavera Sound e i Coachella dell’epoca. Ma se sull’eredità di band come gli Animal Collective si può discutere, meno sul valore intrinseco di alcuni dei loro dischi e sulle fatiche soliste di Panda Bear. Ciò che distingue “Sinister Grift” dal passato e che lo rende un album fenomenale è l’incredibile qualità della tracklist.
“Praise”, il primo pezzo, è un brano incredibile, uscito direttamente da quel pozzo magico e profondo chiamato creatività, in cui molti artisti si addentrano ma da cui solo i migliori riemergono vittoriosi con in pugno le perle. Ospite d’eccezione è la compagna del musicista, Rivka Ravede, bassista degli Spirits of The Beehive, che dà vita a uno splendido call&response, mentre il ritmo caraibico cattura dal primo battito, regalandoci la canzone irrinunciabile da ascoltare con i piedi nell’acqua quest’estate. Provate a farla sentire a persone anche con gusti musicali diversissimi: piacerà in ogni caso.
Pronti via e si cambia atmosfera, con le meditazioni di “Anywhere But Here”, in cui Panda Bear invoca una pausa dalle voci della sua testa, sperando si stanchino e si trasferiscano altrove, in modo che lui possa tornare a occuparla con discrezione. In mezzo a tutto questo il nostro Noah ci piazza un altro ospite inaspettato (un leitmotiv di tutto il disco): sua figlia Nadja, che incanta con uno spoken-word angelico in portoghese, la sua lingua madre, che conserva tutto lo spleen e la delicatezza di un fado moderno, mentre la pulizia della produzione e del cantato dello stesso Noah ci regalano un altro gioiellino. E siamo solo al brano numero due della tracklist.
“50mg” è necessariamente un pezzo di passaggio, anche se uno di quelli che molti artisti vorrebbero avere in cima alla loro tracklist; ascoltare per credere il boom-boom riverberato dei synth che ne sottolinea alcuni frangenti. “Ends Meet”, “Just As Well” e “Ferry Lady” sono tre tracce pazzesche in sequenza. Davvero difficile scegliere cosa rimane più impresso tra il “what else can I do” cantato nel ritornello della prima (con ospite Avey Tare degli Animal Collective ai synth), le texture retrò e zuccherate della seconda, o le atmosfere à la Inherent Vice della terza, uno dei brani pubblicati come singoli (giustamente, visto il livello altissimo di catchytudine).
“Venom’s In” apre la parte più introspettiva e malinconica del disco, anche se, va detto, parliamo sempre di suoni cristallini e riconcilianti, capaci di far sorridere appena premuto play. Il brano è stato scritto come un regalo per l’amico Cass McCombs – che l’ha riregistrata a sua volta e pubblicata per il Record Store Day – e non è difficile notare le influenze del grande musicista folk in questo pezzo, una volta che si viene a conoscenza di questa curiosità. “Left In The Cold” è probabilmente il passaggio più raccolto di tutto il disco, e forse il momento più Radiohead della discografia di Panda Bear. Anche “Elegy for Noah Lou” tratteggia un panorama nuovo, soffice e oscuro, a suo modo epico. Da menzionare qui l’incredibile lavoro in produzione di Geologist degli Animal Collective, per una canzone che ricorda i momenti più intimi del primo Brian Eno. E scusate se è poco.
Si chiude in gloria con l’incredibile “Defense” che, insieme a “Praise”, è l’altro pezzo da mai più senza dell’album. Qui l’ospite è Patrick Flegel, alla chitarra, altrimenti noto come Cindy lee (qui la nostra recensione del suo “Diamond Jubilee”). Il brano è un morbido e groovy rock’n’roll che fa pensare alle cose migliori degli ultimi Spoon o dei primissimi Tame Impala. Una di quelle canzoni che ti obbligano a battere il piede a ritmo e ad ondeggiare la testa. Un piccolo capolavoro, insomma. Come tutto Sinister Grift, del resto, se non si era capito fin qui. Che il repeat abbia inizio.

