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Mai realmente perduto, il songbook Graceful Consolations del duo The Winter Journey, composto da Anthony Braithwaite e Suzy Mangion, è stato registrato originariamente tra il 2011 e il 2014 con il produttore Pete Philipson, ma per vari motivi è rimasto in attesa, messo da parte fino a emergere quasi quindici anni dopo, ben diciotto anni dopo il debutto del duo, This Is The Sound Of The Winter Journey As I Remember It.
Non importa, perché la loro musica e la loro qualità, con armonie cinematografiche eteree, ariose e dal tocco estivo e continentale – tra raffinati ba ba ba-da bas –, sono senza tempo. Talmente senza tempo, o meglio assorbenti e intrise di influenze che attraversano i secoli, che la title track e il singolo sono stati registrati con un fonografo Edison: un richiamo struggente ai nostri antenati, amplificato dai crepitii consumati di un’epoca perduta, dove il cuore sofferente di un tempo passato riesce ancora a toccarci nel nostro presente frenetico e iper-tecnologico. Il familiare viene leggermente reso più misterioso, enigmatico, eppure continua ad attingere a tropi riconoscibili legati al passare del tempo e alle domande filosofiche sulla memoria e sulla sua conservazione, mentre l’età avanza e affievolisce i nostri sensi e i nostri ricordi. E se quei ricordi, in realtà, non fossero mai esistiti, ma fossero solo il frutto della nostra immaginazione? Con un velo di malinconica rassegnazione al destino, l’innocenza gioiosa e il brivido di una corsa in discesa – su una slitta o una bicicletta, un gioco libero e senza conseguenze – si trasformano nella presa di coscienza della perdita. Nel caso di Downhill, brano d’apertura con spazzole di batteria polverose e malinconiche che si schiariscono man mano, con cori che ricordano la colonna sonora di The Thomas Crown Affair di Michel Legrand, il messaggio potrebbe essere: “Non perdere quell’innocenza, aggrappati all’abbandono fanciullesco”.
Come già nel loro album d’esordio, la varietà di influenze e stili è sofisticata e delicatamente sfaccettata: dal folk inglese da trovatore, ricco di intrecci sonori, all’indie fuzz, dalle spiritualità da sala da tè vittoriana alle incisioni su cilindro di cera di inizio Novecento, fino ai brani da colonna sonora di culto anni ’60 e alla musica country. Downhill, almeno per le mie orecchie, ha l’aura dei Fairfield Parlour.
Creando storie, atmosfere e reinterpretando paesaggi sonori familiari, il duo gioca con la qualità del tempo, guardando al passato per poi proiettarsi nel presente. Si potrebbe dire che mettono in musica l’inventiva narrativa e il gusto per il gioco letterario dell’iconico scrittore francese Georges Perec. Il titolo dell’album, The Winter Journey, prende in prestito il nome del suo racconto più ristampato: un’opera labirintica, un romanzo dentro un romanzo, o un’“iper-novella”, se vogliamo, che ha dato origine a infinite riletture e sviluppi sempre più stravaganti a opera dell’Oulipo (acronimo di Ouvroir de Littérature Potentielle), il collettivo sperimentale di cui Perec era il membro più celebre. Le edizioni più recenti del libro sono cresciute con queste estensioni e digressioni, ma la storia centrale è ambientata alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale e ruota attorno alla scoperta di un capolavoro letterario che cela un segreto sconvolgente alla base dell’intera letteratura francese moderna. Tuttavia, la guerra ostacola la ricerca e il testo va perduto per sempre. Perec è un genio, su questo non si discute. Ma confesso di essermi trovato in difficoltà con la sua opera più famosa, La vita, istruzioni per l’uso, regalatami dal mio amico Jeremy Simms – marito di Ayfer Simms, che in passato ha contribuito a Monolith Cocktail. È un libro straordinario e sembra quasi aver influenzato Wes Anderson, con la sua bizzarra inventiva, la sua capacità di abbracciare intere vite fittizie, i suoi sistemi e codici segreti.
Pur evocando un’ambientazione inglese – con l’unica eccezione di Bedford Falls, la cittadina immaginaria di La vita è meravigliosa –, Anthony e Suzy adottano alcuni di questi strumenti narrativi per occupare scenari, stati emotivi e visioni oniriche di struggente bellezza e malinconica riflessione sul ricordo. La pittoresca città cattedrale di Truro, in Cornovaglia, ne incarna la delicatezza, la poetica e il romanticismo nostalgico con una fragilità che risplende in un suono che è per metà Baroque Rolling Stones e per metà Chuck e Mary Perrin.
Nel tentativo di trattenere ciò che può essere ricordato, il duo richiama le tracce di Noel Harrison, Serge Gainsbourg e Bart Davenport (soprattutto in Billionaires) nella disarmante The Way That You Are, Mike Nesmith e Jerry Fuller in Late Night Line, e Mark Watson e Midwinter nella malinconica English Estuaries. Ma questo non basta a raccontare l’intera storia di questa raccolta di canzoni tanto toccante quanto affascinante, che sembra la versione musicale di un vecchio album fotografico perduto e poi fortunatamente ritrovato. Le armonie, da sole, sono eteree, incantevoli e a tratti persino giocose, mentre la musica, pur delicata e sensibile (fino ai toni più cupi e introversi della chitarra elettrica in Bedford Falls e alla carica motorik e pulsante di The Years), colpisce sempre dritto al cuore. Il disco si muove con naturalezza tra umori e stili musicali, dal folk sfiorato di skiffle al sound di Sister Adele Dominque, The Music Tapes, Tudor Lodge, Io Perry, Lal Waterson e Hands of Heron.
Un’opera d’arte, un album che merita pienamente la vostra attenzione e immersione, perché vi ripagherà con emozioni profonde. Delicato eppure denso, nostalgico e carico di pathos, questo album sottile e raffinato è valso l’attesa. E posso già dire che, sì, siamo solo a gennaio, ma lo vedo facilmente in molte classifiche di fine anno. Sicuramente nella mia.
(Dominic Valvona)

The Monolith Cocktail è un blog indipendente con base a Glasgow, Scotland (UK).
Le ragioni della collaborazione tra Kalporz e Monolith Cocktail puoi leggerle qui.

