Share This Article
Ypsigrock Festival 2026, Castelbuono (PA), 6 – 9 agosto 2026
Testo di Saverio Paiella
Contributi e foto di Eulalia Cambria
C’è un momento, e accade ogni anno, in cui capisci perché Ypsigrock non assomiglia a nessun altro festival. Non è qualcosa che succede sul palco: è quando esci dal Chiostro di San Francesco a metà pomeriggio, ti trovi ad attraversare una piazza medievale piena di gente seduta ai tavolini di fronte alla celebre azienda e gelateria Fiasconaro — partner storico del festival — e ti concedi una pausa. Attorno a te, ragazzi in maglietta delle band indie che fanno la spesa all’alimentari sotto lo sguardo curioso delle signore anziane affacciate ai balconi delle vecchie case. È la quindicesima volta che vado a Castelbuono, e questa scena non stanca mai.

SFOGLIA TUTTA LA GALLERY!:
Perché Ypsigrock, prima ancora che una line-up, è un luogo reale. E quindi niente spianate d’asfalto e palchi giganti, ma un borgo delle Madonie tenuto in modo impeccabile, dove trascorreresti volentieri un weekend anche senza festival, e un castello — quello dei Ventimiglia — che con la sua scalinata e la piazza sottostante sembra la scenografia più adatta per ospitare concerti. Ogni anno gli artisti rimangono invariabilmente spiazzati dal colpo d’occhio: il pubblico seduto sui gradoni, il maniero sopra, il cielo stellato e le montagne.
Elementi naturali che si fondono, a completare l’impatto scenico, con le arti visive in maniera peculiare. Quest’anno la facciata del Castello è animata dal video mapping Heaven+Earth realizzato da John Sanborn e Ionee Waterhouse, che hanno mappato pixel per pixel i putti dei Serpotta custoditi nella Cappella del Museo Civico e li hanno fusi con i volti dei castelbuonesi. I visual non sono qui semplice decorazione: sono il paese che si guarda allo specchio.
La definizione di un centro
Possiamo dire che l’edizione 2026, sulla carta, era una di quelle di profondità più che di picchi. In cima al cartellone nomi che un lettore di musica conosce benissimo — Cate Le Bon, Black Country New Road, Dry Cleaning, Chet Faker, The Antlers, gente di cui anche su Kalporz si è scritto più volte — ma nessun grande richiamo, niente Mogwai, Primal Scream o The National come in certe edizioni passate. Ad altri festival l’assenza di una punta del genere sarebbe un problema. Ad Ypsigrock è quasi il centro.

Qui vige una regola, cioè l’“Ypsi Once”: un artista può salire su questi palchi soltanto una volta in carriera con lo stesso nome. Questo obbliga la direzione a rinnovare di continuo e a scavare in profondità, mescolando nomi di culto e perfetti sconosciuti. È quest’ultima categoria che chiamo scherzosamente il mio corso d’aggiornamento: ogni anno il festival mi mette davanti quello che ribolle nel sottobosco e torno a casa con due o tre artisti di cui divento fan.
La domanda, stavolta, era proprio questa: regge, un’edizione, quando in testa non c’è un nome da grandi numeri?
Onestà prima di tutto: per due giorni ho pensato di no. Le prime due serate sono state, sul piano musicale, tra le meno frizzanti dei miei quindici Ypsig. Non che mancasse la qualità, mancava la scintilla.
Di attese e di accensioni
Il giovedì si apre, come da tradizione, al Chiostro di San Francesco con The Sound of This Place, l’estrosa residenza artistica. Un percussionista (Nicolas Remondino) suona pietre e rami raccolti sul posto sopra droni mediterranei e pianoforte jazz: più installazione che concerto, ma un bel modo di esprimere “il suono di questo luogo” (l’idea è della scenografa Maria Vittoria Giottoli). Una pioggia leggera contribuisce a svegliare gli animi, quasi come a segnare l’inizio della celebrazione di un rito. Verso la fine i ritmi accelerano sfiorando ritmiche jungle, mentre torna il sole. Poi la serata scorre senza incendiarsi.

Jasmine.4.T, prima firma britannica della Saddest Factory di Phoebe Bridgers e prodotta dalle boygenius al completo, dal vivo perde lo strato di produzione che sul disco fa la differenza. Una bandiera bianca/rosa/celeste con la scritta protect trans kids si trova alle spalle della formazione di Jasmine Cruickshank, musicista queer di base a Manchester. L’esordio, “You Are the Morning”, è un lavoro autobiografico legato proprio a transizione e comunità transgender.
Arrivati al castello, primi a salire sul palco, i TTSSFU pescano con gusto ma senza sorprese da un post-punk shoegaze di scuola eighties, tra look alla Joy Division e derive darkwave; i Wednesday portano da Asheville un alt-country venato di noise e shoegaze, segnalandosi per la presenza magnetica di Karly Hartzman, una delle più brillanti di questa edizione. Sullo sfondo, dietro fumi colorati, compare la copertina di “Bleeds”, l’acclamato album del 2025, da cui è estratta una buona parte del set. Commozione nel cambio palco quando sullo schermo si vede una foto di Francesco Guccini e tutti cantano sulle note di Cirano; omaggio all’artista scomparso quel giorno. L’unica quota italiana si concentra in chiusura — dove si osserva la presenza maggiore di pubblico — con I Cani, tornati con “Post mortem” nel 2025, dopo nove anni di silenzio e una lingua rimasta identica. Un reperto affascinante di un’epoca chiusa nelle sue coordinate generazionali, intonato a memoria dai fan.

Il venerdì non cambia il passo. Annahstasia incanta il Chiostro con un folk dolce e intensissimo (e con una cover di Redemption Song di Bob Marley che resta impressa). Un’esibizione scarna, ma scaldata dalla voce dell’artista, accompagnata dalla presenza di due musiciste con viola e contrabbasso; i Chinese American Bear di Seattle, formati dalla coppia Lingbo Anne Tong e Bryce Barsten, portano un mandopop cartoonesco e bilingue che gioca col cibo e con le filastrocche, distinguendosi come gli outsider di questa edizione, nonostante il risultato finale non ecceda un impasto di pop gradevole e senza particolari pretese. I Dry Cleaning restano quella cosa che spacca il pubblico in due: o ami lo spoken word di Florence Shaw, o dopo tre pezzi rischi di annoiarti. I Dog Race provano invece ad alzare i giri con un post-punk gotico e una voce indemoniata, ma sul palco si nota la loro freschezza ancora acerba (al momento stanno lavorando al disco di esordio). The Antlers di Peter Silberman sono la cosa migliore dei primi due giorni, e lo dico senza riserve: chamber-pop struggente e di gran classe, canzoni costruite per essere ascoltate in raccoglimento. Un set qualitativamente in luce, con brani tratti da un classico come “Hospice” e dal recente “Blight”. A giocare a sfavore era forse il contesto — dopo la mezzanotte, in chiusura, con la gente cotta da una giornata caldissima, una musica così delicata rischia di scivolare via. In un teatro o in un club di dimensioni più intime sarebbero stati un’altra cosa.
In due giorni, comunque, mai un vero wow. Poi però è arrivato il sabato, e ha ribaltato tutto.

Quando si innesca la scintilla
Il primo schiaffo l’hanno dato i GANS, duo (dal vivo un trio, con un indiavolato Tommy Lawther che ondeggia con addosso sassofono e flauto traverso) della Black Country nel West Midlands, una zona a ovest di Birmingham nera di fuliggine per miniere e fabbriche. La stessa area da cui prendono il nome i Black Country, New Road, headliner di domenica (due act in cartellone legati allo stesso pezzo di Inghilterra industriale). I nostri fanno detonare il Chiostro: pogo, salti, body surfing del cantante che si butta tra la folla trascinando il cavo del microfono fino al fondo del cortile, pubblico che addirittura sale a flotte sul palco all’ultimo pezzo. Combat rock, punk, cassa dritta, pochissimi accordi e una carica animale — mi hanno ricordato i Carter the Unstoppable Sex Machine, e non a caso: stessa idea di punk sudatissimo da stage-diving. Uno dei concerti più adrenalinici che abbia mai visto. Finalmente.

L’apertura del Chiostro quel pomeriggio, tuttavia, è interamente femminile. Il terzetto delle Horsegirl — e qui possiamo individuare il secondo fil rouge, su cui torneremo più avanti — convince e porta una giusta carica. Rock scarno ed essenziale che per molti tratti riecheggia i Velvet Underground e gli anni ’60 digeriti attraverso la lezione di Raincoats e Marine Girls. La registrazione del recente album nel loft dei Wilco tradisce inoltre il legame con Chicago.

La regola Ypsigrock
E quando pensavo di aver già identificato la quota migliore dell’anno, in piazza arrivano i Friko. Dopo cinque minuti già spaccano. Vengono dalla stessa città americana appena citata — di fatto sabato era la giornata Chicago del festival — e portano in giro “Something Worth Waiting For”, il secondo disco uscito ad aprile. Brani articolati, dinamiche dal sussurro all’esplosione, cantante a metà tra Thom Yorke e Jeff Buckley, e una presenza da band molto più navigata. Ho pogato e ballato come un quindicenne. Le canzoni sono una progressione millimetrica e quasi scientifica di hit (come le splendide Crashing Through e Seven Degrees). La chiusura poi è affidata a una cover di Ceremony dei Joy Division/New Order che, con un pubblico cresciuto a quel suono, significa sfondare una porta aperta: delirio totale (nel pogo mi sono volati gli occhiali. Me li hanno ritrovati integri i ragazzi accanto. Anche questo è Ypsigrock).

Da lì in poi l’inerzia positiva non si è più fermata e il corso d’aggiornamento ha pagato il biglietto. Sempre il sabato i DITTER, trio di Parigi mai sentito prima, hanno trasformato il loro slot in una festa electro-punk con ritornelloni che fanno ballare anche i sassi — e una gran canzone, Me Money & Politics, che mi è entrata in testa senza sapere niente di loro. A chiudere, l’australiano Chet Faker ha steso su piazza Castello il suo soul elettronico notturno da jazz club, con tanto di lunga deriva house: il contrappunto perfetto, morbido e adulto, dopo la scarica di adrenalina.

La domenica ha rilanciato sullo stesso registro. Le The New Eves, quartetto di Brighton anch’esso tutto femminile, si sono inventate un folk-punk rituale — lo chiamano “hagstone rock” — con quattro voci che armonizzano, batteria suonata in piedi alla Mo Tucker e bordoni ipnotici tra i Velvet Underground e il folk stregato dei Lankum. I Casablanca Drivers, corsi di Ajaccio, accendono il Chiostro con il loro dance-rock nostalgico e furbo che cita l’Haçienda di Manchester e il Madchester anni Novanta. Ballano perfino i fonici. Accanto ai Ditter, tre nomi che a giovedì non conoscevo, tre nomi che ora seguo.

In serata, prima dei due headliner, i Deki Alem — trio afro-svedese già spalla dei Gorillaz — riscaldano l’ambiente con un ibrido di rap e drum’n’bass ruvido, batteria dal vivo e ritornelli da cantare: roba da OutKast dopo una scuola di punk. E poi c’è il filo rosso. Si chiama Cate Le Bon. La gallese si presenta la domenica da headliner con il suo art-pop soffuso e ombroso, portando il nuovo “Michelangelo Dying”, una di quelle proposte che dividono: se c’è chi non riesce a entrare nel suo mondo, c’è anche chi, come una buona fetta del pubblico in piazza quella sera, si ritrova con gli occhi lucidi. Ma il punto è un altro: Cate Le Bon, oltre che musicista, è una produttrice richiestissima. Ha prodotto “Secret Love” dei Dry Cleaning, visti venerdì. Ha prodotto “Phonetics On and On” delle Horsegirl, viste sabato. E domenica è il suo turno sul palco. Tre nomi, tre giorni, una sola mano invisibile: se questa edizione ha un’anima segreta, è la sua. A chiudere, i Black Country, New Road: sestetto inglese che dopo l’addio del frontman Isaac Wood ha deciso di non suonare più una nota del vecchio repertorio e di partire da zero, con tre voci femminili al comando e un chamber-folk barocco e intricato. Dal vivo sono bravissimi, quasi troppo delicati per l’una di notte — ma quando infilano una cover della Ballad of El Goodo dei Big Star capisci che parlano la tua stessa lingua (all’uscita del nuovo album li avevo accostati a “Ram” di McCartney. Scopro solo ora che nei loro set del 2026 ci mettono pure “Band on the Run” dei Wings. Certe intuizioni, a quanto pare, non erano campate in aria).

Alla fine, come ogni anno, Fabio Nirta ha messo la canzone di Natale di Mariah Carey, si è formato il trenino, gli organizzatori sono saliti sul palco. Momento immancabile. E come ogni anno me ne sono andato pensando la stessa cosa: che a Ypsigrock non si viene per i nomi. Si viene per quel cortocircuito tra il borgo e la scena indie, per il barbiere del paese che per quattro giorni taglia i capelli a ragazzi buffi che arrivano da tutto il mondo, per gli anziani del centro musicale che aprono le porte e per gli ypsini che si mettono a ballare la loro musica. Si viene per la comunità che si ritrova, per l’esperienza tout-court. I nomi giganti, quest’anno, non c’erano. Non è mancato niente.
