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Il batterista e sound designer Matteo Gualini ha pubblicato il 2 aprile 2026 il nuovo album a nome Missing Ear, “Hotel Infinito”. Ispirato al paradosso dell’“hotel infinito” di Hilbert, l’album “Hotel Infinito” interpreta la composizione come una struttura in costante trasformazione, sempre capace di accogliere nuovi “ospiti”. Dal punto di vista sonoro, il disco si sviluppa attraverso architetture ritmiche stratificate e ambienti spaziali immersivi, in cui la batteria diventa al tempo stesso strumento e territorio, muovendosi tra percussioni viscerali, sound design e lavorazioni elettroniche materiche. In parallelo all’uscita dell’album, Missing Ear ha collaborato con la visual artist berlinese Alessandra Leone — che in passato ha lavorato, tra gli altri, con Zoë McPherson, Alessandro Cortini e Loraine James — alla realizzazione del videoclip ufficiale di “Hotel Infinito“, di cui è ora disponibile il trailer ufficiale. Il video di Hotel Infinito attraversa mondi visivi distinti ma interconnessi: dal cuore stesso del paradosso fino alle texture della cultura digitale. Esplora l’iperconnettività, il sovraccarico di stimoli e la logica di un sistema che può sempre accogliere qualcosa in più, fino ad arrivare alla domanda se la percezione umana possa ancora trovare un punto d’appoggio al suo interno.
Per presentarci il suo progetto, Matteo Gualeni si racconta nel nostro format delle 7 ispirazioni.
1.Unsound / Undead: il suono come soglia
C’è un libro che non ti lascia uscire dallo stesso modo in cui ci sei entrato. Unsound/Undead, è uno di quei testi che ti spostano l’asse, non ti insegnano per forza qualcosa ma ti disorientano nel senso migliore del termine. Per me ha significato prendere coscienza che il suono non è solo materia acustica ma condizione esistenziale: qualcosa che abita il corpo, la mente lo trasforma, lo interpella.
Quella lettura ha coinciso con un processo più personale e inevitabile, il mio rapporto quotidiano con il tinnitus. Il libro mi ha aiutato a smettere di considerarlo un’interferenza e a riconoscerlo come parte integrante del mio paesaggio sonoro interiore. Dopo questo fatto personale e questa lettura l’ascolto ha smesso di essere un atto neutro. Da li nasce una parte di “Ascoltare è Resistenza” (senza mai dimenticare per questo ringraziare la mia cara amica ricercatrice sonora Daniela Gentile).

2. Hotel Infinito: il paradosso come metodo compositivo
Il paradosso dell’Hotel Infinito di Hilbert, ossia una struttura capace di accogliere sempre un nuovo ospite, semplicemente spostando tutti gli altri, è diventato per me un modello compositivo prima ancora che un’immagine mentale. Concetto che poi Francesco Tosini, Graphic Designer ha tradotto molto bene nell’artwork di Hotel Infinito Album.
Un sistema che non si satura mai, che genera spazio attraverso il movimento interno piuttosto che attraverso l’espansione verso l’esterno. Hotel Infinito è il nome che ho scelto per questo progetto non a caso: nasce dall’idea che la composizione possa essere un processo aperto, proliferante, che non tende a una forma definitiva ma che si riconfigura continuamente. La batteria diventa il terreno di questa ricerca, non strumento nel senso tradizionale, ma sistema fisico attraverso cui un numero inesauribile di possibilità sonore si rivela ogni volta in modo diverso. Come in quell’albergo: la stanza c’è sempre, basta sapere come crearla. Nella teoria ma non capacità della nostra mente.
3. La batteria: dalla jazz all’elettronica e la traiettoria come strumento
Ho iniziato con il jazz, batteria e percussioni in conservatorio, quindi lo studio accademico della batteria, la fisicità delle pelli, la risposta dei piatti, il peso del legno tra le mani. C’era qualcosa di irrinunciabile in quella dimensione materica, in quell’intelligenza del corpo che anticipa il suono. Poi è arrivato il conservatorio di Milano, il dipartimento di sound design, e il mondo si è aperto in una direzione che non sapevo come nominare. Non si trattava di abbandonare l’acustica per l’elettronica: si trattava di capire che la traiettoria tra i due mondi era essa stessa uno strumento. Ogni studio, ogni transizione, ha depositato uno strato. E quegli strati adesso convivono la risposta meccanica del kit, la manipolazione del segnale, la spazializzazione del suono, quindi una visione orizzontale del suono e dell’approccio. Non ho scelto tra forma e processo: ho imparato che l’uno senza l’altro non regge.

4. Esperienza visiva: Alessandra Leone e gli auditory streams
Gli auditory streams, Albert Bergman padre ma Ryoji Ikeda artista della teoria, sono il modo in cui il cervello ordina il caos: riceve più flussi sonori sovrapposti e li separa, li segue simultaneamente, costruisce senso da ciò che sembrava solo rumore. Non è un’astrazione neuroscientifica ma qualcosa che accade ogni volta che stai in un ambiente complesso e riesci comunque a isolare una voce, un ritmo, una frequenza. Quel meccanismo è diventato per me un modello compositivo per me. E poi, quasi naturalmente, anche visivo. La collaborazione con Alessandra Leone nasce anche da questa visione, intuizione: nell’idea che il visivo possa funzionare in maniera complementare flusso parallelo del suono con una logica comune interna. Le immagini generative che costruisce operano sulla stessa frequenza concettuale del suono spazializzato, abitando lo stesso spazio percettivo senza sovrapporsi. C’è qualcosa che il suono non può fare da solo: portarsi oltre il proprio limite fisico, dentro la dimensione dello sguardo. Alessandra ha centrato fonda subito una serie di punti chiave che hanno reso immediatamente alcuni “pezzi” di brano visibili, palpabili e netti. Saturare per creare attenzione, non dispersione: è una grammatica che stiamo scrivendo, e che ogni performance speriamo prenderà sempre più forma.
5. Materiali, Spazi e nuove forme
Questo parte da un pezzo di ferro/metallo, l’idea di un piatto e un bunker della II WORLDWAR L’idea di prendere materiali di scarto, trasformarli in strumenti e poi, attraverso il processing, farli diventare il formato stesso di un’uscita discografica la vedo come una “poetica”, non solo una pratica. C’è qualcosa di radicale nell’idea che l’oggetto abbandonato possa diventare non solo suono ma anche supporto, memoria ed identità. Questo tema si estende fino all’ambiente di quel bunker per capire come uno spazio risponde al suono, come lo trasforma, cosa può restituire. L’amicizia e la professionalità di persone come il fisico computazionale Michele Ducceschi, Principal Investigator del progetto ERC NEMUS, e a Physical Audio, azienda specializzata in physically modeled plug-in mica ispirato ulteriormente a cercare in spazi sonori unici, approcci poco convenzionali e pratiche che hanno poi reso l’ambiente uno strumento stesso. A breve le impulse Response del tunnel diventeranno un plug-in… il risultato è uno spatial reverb che non imita uno spazio ma che lo trasporta…
Gli stessi oggetti metallici sono diventati strumenti, parti di performance, fino ad entrare nella dimensione del packaging fisico dell’album. L’oggetto abbandonato che diventa suono, plug-in, performance, copertina. Il recupero e la riqualificazione di un luogo, diventano un’unica cosa.

6. Il live: aperture, residenze, presenze
Non penso che si possa imparare a suonare dal vivo, in studio o studiando e basta. Lo impari suonando, sbagliando, cercando il punto in cui la performance diventa qualcosa che non sai ancora controllare. Aprire per Hudson Mohawke alla Permanente di Milano è stato uno di quei momenti in di crescita che mi ha fatto capire limiti ed imparare allo stesso tempo molto su come si sta su un palco. La residenza alla Casa degli Artisti è stata qualcosa di diverso, un tempo lento, in cui l’identità sonora si sedimenta senza la pressione del risultato. E poi ci sono i live degli altri: certi artisti comeOneohtrix Point Never non li guardo solo, li studio. Non per imitare ma per capire dove spingere, quale direzione ha senso per me.
7. Diventare papà
Tosta ma bellissimo.
