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«Inside your head is a common thread/Common room, a hopeful tune/Close your eyes to the sky/Passing far a friend supplies» (Way Out Weather)
Sarebbe un errore e riduttivo definire l’esibizione di Steve Gunn al Progresso di Firenze di ieri 17 aprile (ma vale pure le altre date italiane ed europee del tour primaverile di Daylight Daylight) come una performance solo voce e chitarra. Si può parlare di teatro sonoro: uno spazio popolato da un concerto di suoni, un ambient(e) dove convivono le due anime del musicista statunitense che l’anno scorso l’hanno portato a pubblicare – a distanza di pochi mesi – un disco interamente strumentale Music for Writers (agosto 2025) e un album più da songwriter come Daylight Daylight (novembre 2025), quest’ultimo prodotto e arrangiato (archi e fiati) da James Elkington avendo, tra gli altri, come fonte di ispirazione per gli arrangiamenti Ennio Morricone. Musica per immagini, nel primo caso: un flusso di suoni «pensando di comporre una colonna sonora per un film che non esiste» (parole dello stesso Gunn in un’intervista a No More Workhorse del novembre 2025) e avendo come stimolo creativo l’ascolto di Rayon Hula di Mike Cooper (con cui Gunn ha collaborato nel 2014, in occasione dell’undicesimo volume della serie FRKWYS, Cantos de Lisboa). Anche nel secondo caso, però, in cui Gunn è più classicamente – se vogliamo – un autore di canzoni, c’è un sentire cinematografico negli arrangiamenti (come già accennato). Non a caso, in alcuni degli ultimi passaggi italiani Gunn ha anche sonorizzato quattro cortometraggi – Visions in Meditation #1-4 (1989-90) – di Stan Brakhage, al Cinema Massimo di Torino il 12 aprile 2024 e a Salerno per il Linea d’ombra festival l’11 novembre 2025. Senza dimenticare l’esperienza di Sound for Andy Warhol’s Kiss del 2019 all’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, ossia il commento sonoro di Kiss (1963) – film muto di Warhol – insieme a Kim Gordon, Bill Nace e John Truscinski.
Quindi, ieri al Progresso, con la chitarra, pedali ed effettistica varia Gunn ha unito naturalmente, da autore che si fa improvvisatore, melodia e dissonanza: dal dolce vagare chitarristico di Old Strange immerso in uno chiaroscuro discordante alla leggiadria di Morning Is Mended che deflagra rumorosamente nel finale di concerto. Nel mezzo I’ll Be Your Mirror di Nico & The Velvet Undergrond e il commovente omaggio al padre, Stonehurst Cowboy.
(Monica Mazzoli)

