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Suede, Fabrique, Milano, venerdì 26 marzo 2026
Non tutti sono riconciliati con il proprio passato. Ci sono persone che non ne parlano volentieri. Ci sono band che fanno fatica a suonare i loro classici o comunque che li suonano di malavoglia. Venerdì scorso al Fabrique di Milano i Suede invece hanno dimostrato che bisogna essere grati per quello che abbiamo vissuto, perché è grazie a quello che siamo quello che siamo oggi. I Suede amano anche le loro canzoni più famose, quelle che avranno suonato migliaia di volte e che quindi potrebbero aver loro stancato, perché vogliono regalare al loro pubblico le sensazioni di poterle ascoltare dal vivo. Perché i Suede – oggi – sono un tutt’uno con il loro pubblico.

Il live di Milano è stato un concerto generoso, divertente, senza che i Suede si siano mai stancati o mai risparmiati. Brett Anderson aveva la tosse, si vedeva, e quindi faceva anche un po’ fatica, ma andava avanti e indietro dal palco come un ossesso, indomito e inafferrabile. Soprattutto, come al solito, Anderson si è buttato più volte dentro la folla a prendere l’abbraccio di tutti. È un leader sempre più carismatico, e che trova la propria forza nel calore fisico del suo pubblico, nel bagno di folla delle persone che vogliono toccarlo, stringergli la mano, abbracciarlo.
La scaletta è stata varia, ma purtroppo ha visitato poco l’ultimo bellissimo album Antidepressants (2025) con solo una canzone in scaletta (“June Rain”), mentre grandiose sono state le quattro songs tratte dal primo album, con una menzione speciale per “Animal Nitrate”. Quest’ultimo è uno dei grandi pezzi degli anni ’90, alla “Smell Like Teen Spirit” fatti i dovuti distinguo, e per il sottoscritto ascoltarla per la prima volta dal vivo ha creato davvero uno sconvolgimento emotivo molto forte. Perché non è solo una canzone, è un’opera che dovrebbero incapsulare ed esporre in un museo, come se fosse un dipinto o una scultura, se si potesse fare appunto con una canzone. Ma non c’è stata solo quella, perché “The Drowners”, “Wild Ones” e “Metal Mickey” hanno fatto lo stesso effetto.
Con l’apice della quasi conclusiva “Beautiful Ones”, quando cioè tutto il pubblico cantava all’unisono e Brett Anderson sfoggiava il suo sorriso migliore, quello di chi ha tutto il proprio passato in tasca.
P.S. Menzione d’onore per la band di supporto, gli scozzesi Swim School: lanciati da una Alice Johnson in grande spolvero, con una voce che sta tra Courtney Love e Shirley Manson, e dei brani che tradiscono quella commercialità che è ora nel rock (vedi alla voce Momma, anche se dall’altra parte dell’oceano), ma padroneggiandola bene.
(Paolo Bardelli)

foto di Paolo Bardelli
foto scaletta Emma di Taranto via Ettore Craca
