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Nella line-up originale per continuare a stupire
A trent’anni dal seminale esordio K, Crispian Mills e soci non danno alcun segno di cedimento. Insieme al londinese classe ’73 troviamo il bassista Alonza Bevan, il batterista Paul Winterhart e il rientrante Jay Darlington all’Hammond (turnista negli ultimi Oasis).
Noti soprattutto per la qualità dei live i Kula Shaker sono passati da fenomeno “laterale” del brit-pop a gruppo amato dalla critica con gli ultimi dischi, senza escludere questo Wormslayer. Una formula che unisce psichedelia, hard-blues e misticismo orientale, tra tradizione e modernità, e che si rinnova dopo aver dominato le classifiche e partecipato ai festival più importanti, come Knebworth e Glastonbury da headliner, negli anni novanta.
Se da un lato parliamo di un ottavo album in studio anche fin troppo “spoilerato”, con ben cinque singoli ad anticiparlo, è vero che non mancano lampi di genio e buone vibrazioni.
Riff dinamitardi, Oriente e folk visionario
Wormslayer lo riassume (?) già la copertina. Fantasioso, libero, in technicolor. Ma anche profondo e introverso: sicuramente meno pop del precedente Natural Magick del 2024. È vero che la tripletta di apertura deflagra nell’entusiasmo e in ritmi contagiosi – “Good Money” con i suoi richiami al sound madchester, “Lucky Number” per uno stomp-blues alla Faces – ma non raccontano appieno il disco, che vive di un groove da respirare a pieni polmoni eppure lento, circolare, come nell’ottima “Broke As Folk”.
La ballad hendrixiana “Shaunie” si erge ad altro must, con chords nostalgici e un refrain da antologia e pieno di sfumature grazie ai virtuosismi di tutti i membri della band. Il testo ne impreziosisce il ruolo all’interno di Wormslayer, così figlio delle esperienze e degli sbagli di gioventù: “Shaunie boy, those days are past/Yours is a gift that was made to last/No more twists and turns/No more lives of crash and burn”. “The Winged Boy” piacerà agli amanti dei Pink Floyd dei seventies, mentre “Little Darling” esce dritta dall’America di Roy Orbison, trafigurata nelle visioni dei Doors.
La traccia che porta il nome del disco è una summa dell’arte dei Kula Shaker. Un mantra indiano si carica piano piano di vibrazioni funk e psych, alla maniera di “Govinda”, per poi regalare un riff metallico e in dissolvenza. Prima dell’assolo di Crispian Mills, questa volta meno factotum del solito (altro grande pregio del lavoro). Splendida la chiusura, “The Dust Beneath Our Feet”, che tira in ballo un nome tutelare dei londinesi, che non si fa mai in realtà, i Traffic di Stevie Winwood. Una melodia irresistibile, il tocco all’organo di Darlington e un’armonica, lungo queste parole metafora della nostra fragile esistenza: “Everything exists/Everything is true/Everything is real/And waiting for you/And the earth is just/A little bit of dust”.
Crispian Mills vede così il nuovo album: “I hope people enjoy the twists and turns that this new record takes you on. We always loved those psychedelic records that had great songs, great production, great storytelling, and took you on a journey. We always dig into that kind of experience, because we’re that kind of band. Kula Shaker has a life of its own. We’re just passengers, watching it happen in realtime.”
Tanti concerti in vista, ma manca l’Italia
I Kula Shaker stanno ultimando un ciclo di presentazioni dell’album, ribattezzato The Inner Circle Shows, in cui si esibiscono nell’intimità di piccole location, record stores, pubs in versione acustica, tra hits, storie, rarità, songs “by fan request”. Prima tappa il mitico Cavern Club di Liverpool, dove sono stati omaggiati sulla Wall Of Fame per averci suonato agli esordi.
Un 2026 che prosegue con il tour britannico con data finale alla Islington Assembly Hall di Londra. Sarà dunque la volta dell’Europa, tra Parigi e Gent, passando per Monaco e Berlino, ma non sono schedulati ad oggi appuntamenti in Italia. Dispiace perchè nel tour precedente ci siamo esaltati: gustiamoci intanto – fiduciosi – questo nuovo album.
77/100

