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Con “Blue Reminder”, Meg Duffy, anima e cuore dei Hand Habits, firma il lavoro più intimo e disarmante della propria carriera. Ironico, se si pensa che l’artista newyorkese ha sempre dichiarato di trovare “sdolcinato scrivere canzoni d’amore”. Sin dall’apertura, la vellutata “More Today” (“Honey, I think I love you more today”), tutto suona tutt’altro che banale: è la prova che la sincerità annulla ogni barriera.
La cantante arriva a questo capitolo dopo anni da turnista per nomi come The War on Drugs e Perfume Genius e dopo aver usato la sua creatura, Hand Habits, come laboratorio emotivo e per la ricerca di sé. Molti brani nascono dall’innamoramento, come “Bluebird of Happiness”, frutto di una battuta condivisa con la propria partner sul canto degli uccelli. Nella title track, Meg sussurra la fragilità del legame: «Will you take me as I am? / Oscillating between a woman, a child / And a broken man». È uno dei momenti più diretti del disco, quasi spiazzante nella sua immediatezza. L’amore riempie un vuoto, ma potrebbe svanire da un giorno all’altro: niente è garantito, soprattutto in un presente che punisce chi vive ai margini del “normale”.
Musicalmente, il disco passa con naturalezza dal classico indie al jazz e all’ambient malinconico con melodie che non hanno fretta di arrivare da nessuna parte. “Beauty 62” sboccia lentamente, fino ad ammettere che il desiderio di “annegare in tutta questa bellezza” non è così del tutto fuori luogo.
La frustrazione, il dolore e il disincanto sono bilanciati da una luce ostinata come in “Jasmine Blossoms” dove si invita a “trovare un po’ di gioia, armonizzare il dolore”. Le canzoni scorrono come una serie di emozioni: la luminosità di “Bluebird of Happiness”, la resa di “Nubble” e la tenerezza della già citata “Blue Reminder”.
“Stiamo vivendo un incubo”, dice l’artista, “ma questo disco parla di vivere il sogno. È un promemoria che il sogno è possibile.” Un album che non consola ma accompagna ed è un invito a sentire tutto, anche quando fa male.
(75/100)

