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Evan Dando torna dopo vent’anni con un disco e un’autobiografia
Dopo anni di scrittura, viaggi, ripartenze, Evan Dando, classe ’67 (alla stessa voce Noel Gallagher, Kurt Cobain, Billy Corgan) di Boston è tornato con Love Chant, il nono disco full-band e il primo di inediti dall’omonimo The Lemonheads, vincitore della nostra classifica album del 2006.
Premesso che il talento resta indiscutibile, Evan Dando sopperisce all’energia e freschezza mostrate in quel disco con tanto mestiere e l’incoraggiamento dei suoi fan sparsi per il globo. Il nuovo domicilio in Brasile, il matrimonio e una ritrovata tranquillità gli hanno concesso di scrivere ancora una volta hook ficcanti, testi profondi e un’autobiografia uscita per Faber giusto a inizio Novembre, “Rumours Of My Demise”.
With a little help from my indie friends
Love Chant, prodotto da Evan con il polistrumentista brasiliano Apollo Nove, raccoglie insieme vecchi amici e nuovi collaboratori. Se J Mascis, Juliana Hatfield e Tom Morgan li troviamo in un disco sì e uno no dei Lemonheads, è interessante citare i nomi di Nick “Bevis Frond” Salomon alla chitarra per “Roky”, tra psichedelia e folk, John Strohm dei Blake Babies alla chitarra in “Togetherness Is All I’m After” – rock’n’roll ballad acida e molto gustosa – e infine Adam Green che scrive “Wild Thing”, ovvero i Troggs frullati con il glam.

Il singolo “In The Margin” è un classico up-tempo Lemonheads, “half-broken, half-beautiful”, che Evan racconta così: “I wanted to have a riffy song, so I wrote riffs all over it. The body of the song was Marciana’s (Marciana Jones). It’s like a full-on 8th grade girl revenge song: ‘Stupidly I left the escape plans out so they could find my way.’”
“The Key Of Victory” è un’altra gemma, nel ricordo di Gram Parsons per la vena spirituale e acustica: impreziosita dai delicati intarsi chitarristici di Apollo Nove e Erin Rae, è ciò di fatto da lui più vicino a “Street Hassle” di Lou Reed, dice Evan, che ha registrato le voci a Abbey Road.
Picchi degni dei nineties accanto a esperimenti non completamente riusciti
In generale il disco è bello, fresco nell’offrire pezzi chorus-bridge (modello “Roll With It”) quali l’iniziale “58 Second Song” e “Cell Phone Blues”: non mi stancherei mai di ascoltarle. “Deep End” è ugualmente contagiosa e degna di un Come On Feel The Lemonheads del 1993 mentre la title track si butta nella new-wave di stampo Modern Lovers.
C’è la tentazione altrove di provare cose nuove: “Marauders”, inerpicandosi tra noise e elettronica, finisce alla lunga con l’annoiare. Nondimeno vince l’opinione dell’amico Giacomo Sacchetti, che ha così scritto sull’LP in vendita nel suo negozio: un disco prezioso con le idee, le canzoni e la voglia di vivere.
75/100
Foto di Gareth Jones

