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#tbt #throwbackthursday
“Sex And Candy” nel 1997 (15 settimane al numero uno della classifica Modern Rock di Billboard) è il loro singolo più famoso: atteggiamento svogliato, andamento pigro e la tipica voce nasale di John Wozniak sospesa tra ironia e disincanto. I Marcy Playground furono un piccolo caso nel mondo del rock alternativo di fine anni Novanta, ma quella band non fu una semplice one-hit-wonder quanto piuttosto un gruppo che diede alla luce quantomeno un paio di album davvero forti.
Gli inizi e gli Zog BogBean
John Wozniak cresce in Minnesota, frequenta la Marcy Open School, scuola alternativa che ha segnato non solo il nome della band ma anche la sensibilità: la Marcy Open School era infatti (ed è) una scuola pubblica di Minneapolis con un approccio non tradizionale, basato su apprendimento esperienziale, progetti personali, collaborazione tra studenti e insegnanti, e una certa flessibilità nei programmi. Di solito ci si vuole dimenticare della propria scuola, e invece Wozniak ne usa persino il nome per la sua creatura più importante, la sua band, una particolarità non comune. Dapprima Wozniak suona in ogni caso in un progetto della chiesa locale, gli Angels With Flaming Swords, poi fonda gli Zog BogBean.
L’album, registrato in cameretta, viene pubblicato autoprodotto in cd con il titolo – guarda caso – “From the Marcy Playground” (1993), che ha in sé tutti i semi dei futuri Marcy Playground: basti ascoltarsi l’iniziale “Our Generation” che, a parte il suono tremendo del flanger della chitarra (dovuto più che altro all’incisione casalinga), è una classica ballad di Wozniak, semplice e diretta. E infatti “Our Generation” (e “Dog and His Master”) verrà inserita in futuri in lavori proprio dei MP. Il resto del disco è piuttosto acustico e svela una passione per Syd Barrett (“The Ballad Of Aslan”, “Alice And Everything”) che Wozniak poi perde un po’ in seguito. L’album è stato ristampato nel 2009 e si trova dunque nelle piattaforme di streaming.
“Marcy Playground“ (1997)

In breve tempo Wozniak mette insieme i Marcy Playground con Dylan Keefe al basso e Dan Rieser alla batteria e così esce il primo disco omonimo, “Marcy Playground“ (1997), uno splendore di freschezza tra alt-rock americano, striature grunge e con qualche accenno lisergico. Il successo di “Sex And Candy” chiaramente tira l’album, però il disco non è privo di contrasti: se da una parte la critica apprezza la dolcezza, la calma, l’atmosfera malinconica — “lazy drawl and gentle melodies coating his misery in a pop sheen” (“il suo tono pigro e le melodie delicate ricoprono la sua infelicità con un velo pop“) scrisse NME, dall’altra parte alcune recensioni sono meno gentili, indicando una certa debolezza nella produzione o nei brani che non reggono il confronto con il singolo di punta.
“Shapeshifter” (1999)
Ma l’album che apprezza maggiormente il sottoscritto è il seguente, “Shapeshifter” (1999): più maturo, più coeso, ben scritto con un altrettanto singolone come “It’s Saturday”: chitarre potentissime, alternanza piano-forte che tanto andò di moda nei ’90, allegria sottopelle. Credo che “It’s Saturday” sia ancora una canzone fantastica da mettere su, appunto, al sabato, quando ti alzi e non sai cosa fare e come occupare il tuo tempo, magari devi pulire casa e farlo con cotante chitarre sotto che ti spronano e Wozniak che ti solletica con quel ritornello quasi tirolese sia un gran bel modo per iniziare il week-end. Provateci.
Ma c’è altro: “Bye Bye” sembra un inno alla spensieratezza (“Tutti piangono, sono presi dai giochi / Io sono felice come non mai / Quindi, addio, mia grande biglia blu”),
Everyone’s crying, they’re caught up in games
Me, I’m as happy as I’ve ever beenSo, bye bye, my big blue marble
“America” e “All The Lights Went Out” sono ballad acustiche prodotte in maniera perfetta con bellissimi suoni evocativi, “Secret Squirrel” manifesta il lato più garage dei nostri, “Rebel Sodville” vira verso il country rock cupo alla David Eugene Edwards. In tempi in cui il mondo correva verso il post-grunge e il nu-metal, Wozniak e compagni continuarono a seguire la loro traiettoria laterale. Per me “Shapeshifter” è davvero uno dei più begli album dei ’90.
Inossidabile innocenza
I Marcy Playground fecero passare 5 anni, forse troppo, per dare un seguito a “Shapeshifter”: arrivò dunque “MP3” (2004) e poi “Leaving Wonderland… in a Fit of Rage” (2009) e infine “Lunch, Recess & Detention” (2012), che non attirarono molte attenzioni seppur cesellati con la stessa cura, forse solo un po’ ripetitivi.
Ma ora sta a noi recuperare i lavori di quell’eterno ragazzo che andava alla Marcy Open School, perché profumano di anni ’90 e di inossidabile innocenza.
(Paolo Bardelli)

