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Il 16 settembre 1985 usciva per la EMI Hounds of Love, che sarebbe divenuto il disco più celebre e acclamato di Kate Bush. Il quinto album in studio della cantautrice inglese vedeva lei stessa come unica produttrice del disco e la confermava come un’autrice completa e coraggiosa, sempre alla ricerca di nuovi percorsi sonori e di esperimenti musicali e ritmici audaci e spiazzanti, capace di costruire un pop variegato e complesso, sempre in bilico tra sfumature art e derive progressive, che era in grado di sfruttare al meglio le possibilità che il combinato tra la sua voce, il sampling, i sintetizzatori e gli strumenti “tradizionali” potessero offrire alla sua idea di musica. Il risultato è trionfale, e ancora oggi la sua potenza e la sua brillantezza risuonano vividi.
Quando Hounds of Love usciva, molto era successo nel percorso artistico di Kate Bush nei tre anni precedenti. Il pop di qualità di The Dreaming, uscito nel 1982, la allontanava sempre di più dal circuito commerciale entro il quale la sua musica poteva muoversi, un destino che Bush cullava già da tempo, chiare com’erano le idee che aveva in testa. L’unica vera hit di quel disco, “Sit in Your Lap”, aveva preceduto la pubblicazione dell’LP di parecchi mesi, essendo uscita nel giugno ’81, e aveva in qualche modo fatto sì che il circuito commerciale britannico e mondiale non avesse di continuo sulla propria bocca il nome di Bush. Tutti, però, si aspettavano un ulteriore passo avanti nel suo percorso artistico, perché l’avant pop di The Dreaming era risultato accattivante e intrigante ma, in un certo senso, ancora parzialmente incompiuto. Bush era la prima a saperlo e a voler dar vita a un progetto ancora più ambizioso e grandioso. Non deve quindi sorprenderci la decisione di Bush di lasciare temporaneamente Londra per costruire uno studio di registrazione in un casale seicentesco immerso nella campagna inglese.
L’aspetto più interessante di ciò è il fatto che a troneggiare in questo studio ci fosse il costoso Fairlight CMI, lo stesso sintetizzatore digitale utilizzato per registrare The Dreaming, nato alla fine dei ’70 e divenuto già da un paio d’anni particolarmente famoso tra i musicisti che potevano permetterselo. Si ripartiva, quindi, da ciò che di più intrigante e innovativo aveva dominato i precedenti album di Bush, in un percorso coerente e ben costruito che poggiava le sue basi già in Never for Ever, il primo album di Bush che conteneva al suo interno il Fairlight. Oltre a questo synth, la drum machine LinnDrum e un pianoforte avrebbero costituito le fondamenta delle prime incisioni che Bush fece nell’83.
Dopo questi primi demo, iniziarono, nel novembre del medesimo anno, le registrazioni ufficiali, divise tra il casale a Welling e lo studio Windmill Lane di Dublino, in vista del nuovo album. L’utilizzo che Bush fa del Fairlight è quello di un meraviglioso mezzo per creare un collage di suoni e di ritmi solo apparentemente dissonanti che la aiutassero a creare quel tappeto sonoro che ha reso così unico Hounds of Love. Per le incisioni vengono utilizzati il Fairlight, il piano e una serie di strumenti tradizionali irlandesi. La stratificazione delle voci, registrate e curate con una precisione maniacale, rappresenta un altro degli elementi più distintivi e affascinanti del disco.
Tutto questo emerge con una forza e con una dinamicità unici per l’intera durata dell’album. La gemma che lo apre, “Running Up That Hill (A Deal with God)”, ne è un esempio perfetto. Il ritmo labirintico e incalzante del pezzo si attorciglia intorno alla voce di Bush, che sfodera tutta la sua lucentezza melodica nel chorus e che poi, nel finale, viene manipolata a tal punto da farsi un’entità a sé, qualcosa che spinge e che pungola come se fosse posseduta da un demone. Il brano sarebbe diventato uno dei pezzi più popolari e celebrati del decennio, e avrebbe ottenuto ancor più successo quando, quasi quarant’anni dopo, il suo utilizzo nella quarta stagione di Stranger Things l’avrebbe riportata al centro delle scene.
Il disco è un concentrato di percorsi possibili, di panorami immaginati, di sogni che sembrano sul punto di farsi realtà. Onirico e cinematografico, il suono di Hounds of Love è il correlativo oggettivo che più rappresenta i sentimenti e i pensieri che affollavano Kate Bush in quel periodo. Dal punto di vista musicale non c’era nulla, in quel momento, che il suo tocco non potesse rendere magico: l’intero album è la prova più concreta di ciò. Mentre gli archi costruiscono un’impalcatura monumentale alla meravigliosa “Cloudbusting”, Bush si scrolla di dosso le paure cantando «I just know that something good is gonna happen» immersa in un universo musicale e reale che sembra non lasciare spazio alle speranze. L’esplosiva “The Big Sky” incendia l’aria intorno a sé con il suo andamento marziale e tranciante mentre Bush alza la testa per affermare la sua indipendenza e la sua libertà mentre afferma «You never understood me / You never really tried». Spazi della mente quasi impossibili da percepire col tatto si muovono nella dolce e nebbiosa “And Dream of Sheep” mentre visioni gotiche e fantasmatiche rendono “Waking the Witch” un concentrato di ansie e di timori. Le vibrazioni mistiche di “Watching You Without Me” sfociano nella sfrenata cavalcata che è “Jig of Life”. Si avvicina, in modi oscuri e misteriosi, la conclusione di “The Morning Fog”, la pacificazione interiore tra il corpo e la mente.
Il disco è suddiviso in due suite coerentemente assemblate: il primo lato è sottotitolato Hounds of Love e comprende i primi cinque brani; il secondo, sottotitolato The Ninth Wave, comprende gli ultimi sette. Se l’intero album può essere inteso anche come un inno alla natura selvaggia e al rapporto primigenio e sincero che l’uomo può ancora recuperare con essa è anche per le tematiche che molti dei brani toccano o per gli elementi che vengono citati al loro interno: il cielo, le nuvole, le colline, i laghi, il viaggiare per osservare, riflettere e meditare e la necessità di percepire ancora una volta questo bisogno ancestrale. In “Cloudburst” Bush canta «You’re here in my head like the sun coming out», connettendo la tematica sentimentale alla similitudine naturalistica. Ancor più intrigante e complessa a livello tematico è The Ninth Wave, una sinfonia prog-rock dove Bush intraprende una ricerca spirituale nel quale l’ascoltatore è accompagnato per mano in un intricato percorso pieno di visioni, di pericoli e di speranze.
Dopo la sua uscita nel 1985, Hounds of Love sarebbe diventato il disco di Bush più venduto e più acclamato dai critici. La cantante aveva vinto la scommessa più ambiziosa e rischiosa della sua carriera: volendo dedicarsi soltanto alla musica che desiderava veramente creare e non aspirando ai rotocalchi, alle prime pagine e alle iniziative promozionali di massa, avrebbe accettato senza alcuna difficoltà di essere percepita dall’industria musicale come una mosca bianca, un’artista solitaria e impossibile da inquadrare, la solita semplificazione ideata da un mondo che, specialmente negli Anni Ottanta, nutriva uno spassionato bisogno di etichettare tutto ciò che gli passava di mano. La volontà di Bush di essere sempre e soltanto se stessa le ha permesso di sottrarsi del tutto a queste sciocche dinamiche, e questo è un ulteriore dono che la sua meravigliosa musica, in particolare quella irraggiungibile e maestosa di Hounds of Love, ci ricorda ogni volta che la riascoltiamo.

