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È il quarto album in studio dell’artista neozelandese
Virgin è il quarto album in studio di Lorde, pubblicato lo scorso 27 giugno. Un primo assaggio del nuovo corso della cantante neozelandese si era avuto già ad aprile con l’uscita del singolo “What Was That”, seguito poi da “Man of the Year” e “Hammer”. I suoi primi lavori avevano rivelato uno stile molto personale, mantenendo un difficile equilibrio tra liriche che esplorano in profondità temi di carattere intimo e arrangiamenti in buona misura elettronici. L’accoglienza da parte di critica e pubblico è stata unanime, segno che siamo di fronte a una proposta di qualità che non lascia indietro l’ascoltatore orientato verso sonorità pop un po’ più radiofoniche. Lorde ci aveva abituati a tempi lunghi, in media quattro anni tra la pubblicazione di un album e l’altro. Il precedente Solar Power risale al 2021 e non aveva convinto del tutto alcuni fan, per via dei toni più solari (appunto) dei brani e della presenza di un maggiore numero di strumenti acustici rispetto alla produzione elettronica. Il nuovo disco lancia, questa volta, un messaggio potente a partire dalla copertina: una lastra di un bacino femminile e di una spirale anticoncezionale scandagliate ai raggi X. Abbiamo quindi a che fare con un lavoro che ruota attorno alle tematiche legate alla sfera della femminilità, al contrasto sempre presente tra il vissuto personale e la sua proiezione sociale.
Un lavoro intimo e riflessivo che fa leva sul minimalismo dal punto di vista musicale
L’artista ha co-prodotto l’album principalmente insieme a Jim-E Stack, segnando così la fine della collaborazione con Jack Antonoff che aveva curato gli ultimi due dischi. Questa volta sonorità e arrangiamenti sono più vicini agli esordi, anche se mancano quelle aperture dense, ariose ed energiche che erano i punti di forza di Melodrama (2017). L’atmosfera è ancora più intima e riflessiva dei dischi precedenti e fa leva sul minimalismo dal punto di vista musicale, evidenziando qualche rimando ai lavori di Kate Bush e Laurie Anderson. Manca, tra questi brani, un vero hit-single, ma non sembra essere questo lo scopo dell’album. Domina in primo luogo l’urgenza della condivisione dello stato d’animo di donna in evoluzione. Colpisce nei testi la scelta del tono crudo e diretto, senza filtri, e il continuo rimando alla sfera del corpo. È presente il tema del sesso, che in “Current Affairs” viene riportato come esperienza traumatica, in “Hammer” è invece ricondotto a mera funzione fisiologica (“Don’t know if it’s love or if it’s ovulation”), mentre in “Clearblue” produce gravidanze indesiderate; non è mai affrontato in una maniera romantica o idealizzata.
La liberazione dalle aspettative e l’indipendenza artistica e sociale
Particolarmente illuminante è il brano “Man of the Year”: il riferimento del titolo è al premio che rilascia ogni anno la rivista maschile GQ. L’azione che cita nel testo e compie nel videoclip di coprirsi il seno con del nastro isolante va a rappresentare un atto simbolico di liberazione dalle aspettative della società rispetto all’appartenenza di genere. Allo stesso tempo è una dichiarazione forte di indipendenza e di critica verso alcuni aspetti del mondo contemporaneo: “Who’s gon’ love me like this?” si chiede Lorde nel brano. Le aspettative pesano anche in “Favourite Daughter”, dove la cantante riflette sul suo successo nell’ottica di dover dimostrare qualcosa, rivolgendosi a madri reali o metaforiche. In “GRWM” si parla di una condizione idealizzata di donna adulta che pare non si riesca davvero a raggiungere, come se i ricordi del passato ci tenessero legati ad un’eterna adolescenza. “Broken Glass” ha per oggetto specchi rotti, simbolo di un’immagine di sé che non viene accettata; un probabile riferimento alle esperienze legate a disordini alimentari che Lorde ha confessato di avere affrontato in passato. A chiudere il disco è “David”, rimando alla celebre statua di Michelangelo, archetipo di perfezione maschile che nel brano di Lorde si trasforma in dominanza e tossicità.Un album che necessita di un ascolto attento e concentrato
Ciò che alla fine emerge in Virgin è una nuova consapevolezza del fatto che l’amore non consiste nel possesso, non è idealizzare l’altro come una divinità, e la chiave per andare avanti è affermare se stessi senza annullarsi nell’altra persona. Il quarto album di Lorde è quindi un lavoro che richiede un ascolto impegnato, concentrato più concettualmente che musicalmente, e meno immediato rispetto ai precedenti dischi, ma nel complesso riuscito e in un certo senso necessario. L’esibizione a sorpresa a Glastonbury 2025, dove Lorde ha suonato per intero Virgin in un set segreto documentato dalla stampa britannica, ha ulteriormente ribadito la volontà dell’artista di dare rilievo a quest’opera anche fuori dallo studio di registrazione, consolidandone la forza espressiva dal vivo.70/100
(Saverio Paiella)

