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Difficile, se non quasi impossibile, che una qualsiasi persona generalmente interessata alla musica o anche solo presente su social media non dominati da over 50 non abbia anche solo una vaga idea del baile funk, o funk brasiliano. Questo stile di musica originario del Brasile ha letteralmente invaso le orecchie degli ascoltatori di tutto il mondo diventando, in maniera simile al reggaeton qualche anno fa, una presenza costante del panorama sonoro digitale.
Esiste qualcuno che non ha visto almeno una delle innumerevoli versioni di “Menina de Vermelho”?
Su Instagram e TikTok, quasi da un giorno all’altro, decine di video presentavano una particolare colonna sonora, tanto violenta (nel suono) quanto essenziale (nei contenuti), e con un trascinante rap in portoghese. Da lì a poco, anche artisti pop occidentali hanno cominciato a utilizzare produzioni funk. Emblematico il caso della gigastar pop Bruno Mars che nel corso di un anno ha pubblicato ben due piccoli brani affini allo stile nato nelle favela di Rio per celebrare i suoi concerti brasiliani.
Ma quindi, cosa è questo funk? E come siamo arrivati al punto di sentirlo, di punto in bianco, ovunque poggiamo orecchio?
Le origini di questo movimento musicale sono da ricercarsi addirittura nei primissimi anni ‘70, anni caldissimi per le comunità nere degli Stati Uniti. Sono gli anni successivi agli assassini di Martin Luther King e di Malcolm X, gli anni delle Black Panther, gli anni di James Brown. Due agitatori culturali carioca, Big Boy e Ademir Lemos, importano dischi soul e funk dagli USA e organizzano feste che in poco tempo diventano leggendarie, i Bailes de pesada. I baile presentavano massicci sistemi di amplificazione, fatti per far scatenare migliaia di persone che ogni domenica accorrevano da tutti i quartieri della città del Cristo Redentore. Queste feste erano l’avanguardia di un movimento nero e marginalizzato che ci mise poco tempo a spaventare le elitè della metropoli brasiliana che li bandì dalla loro casa, il locale Canecão, disperdendoli nelle periferie e nelle favela. Come possiamo facilmente immaginare questo non spense il fuoco dei bale, ma contribuì solo ad aumentare in modo esponenziale il numero di sound system e situazioni che resero le feste funk un appuntamento tipico per gli abitanti di Rio.
All’inizio degli anni ‘80 i DJ brasiliani scoprono il disco che, forse più di tutti, ha saputo ispirare -e indirettamente creare- la maggior parte dei pionieri della musica degli ultimi 40 anni, “Planet Rock” di Afrika Bambaata. Le basi elettroniche di Bambaata, il rap, il messaggio di resistenza della Zulu Nation rappresentavano un nuovo panorama sonoro per le orecchie dei DJ brasiliani. Insieme alla Miami Bass, considerata da molte fonti il vero calderone musicale per le prime vere creazioni di funk carioca, e ai ritmi afro-brasiliani, si costruiva il suono delle favela di Rio.
A questo punto gli elementi ci sono tutti: delle occasioni di ritrovo (i baile sostenuti dai soundsystem), un sound (quello elettronico ispirato da Bambaata e dagli elementi locali), un sistema lirico di riferimento (quello delle musiche nere nordamericane, con una descrizione cruda di comunità marginalizzate). Comincia l’epoca del Baile Funk.
Tra i pionieri troviamo Dj Marlboro, attivo fin dall’inizio di questa storia e primo DJ brasiliano a partecipare alle eliminatorie mondiale di DMC, campionato mondiale di turntablism, ma soprattutto il nome intorno al quale la comunità di Rio si stringe per produrre i primi classici del funk carioca. La musica prodotta da Marlboro, sulla quale si alternavano vari MC della prima scena baile, fornirono alle comunità marginalizzate di Rio un elemento intorno al quale stringersi e identificarsi, sotto muri di decibel.
Negli anni la popolarità dello stile ha superato i confini di Rio, diventando una delle musiche più popolari del Brasile. Evolvendosi, e assumendo il ritmo iconico tamborzão (il classico tum-pá-pá-pum-pá), ha sempre di più saputo raccontare lo stile di vita delle favela, con uno stile crudo ed esplicito -ben più di quello che negli stessi anni succedeva negli Stati Uniti- e per questo sempre più ghettizzato e criminalizzato da media e istituzioni. Il funk diventa, come tante altre musiche nate in contesti poveri e marginalizzati, lo specchietto per le allodole per additare situazioni di disagio, senza rendersi conto che le situazioni estreme raffigurate nei testi degli MC brasiliani sono la cruda rappresentazione del mondo che attraversano.
Questo non ha mai impedito però al funk di diventare uno stile sempre più massivo e raggiungere platee sempre più vaste; dall’utilizzo da parte di artisti mainstream sin dagli anni ‘00 ai risultati enormi raggiunti dagli artisti locali. I più attenti ricorderanno come una decina di anni fa il nome di MC Bin Laden spuntasse sempre più spesso in DJ set, featuring o ricondivisioni, arrivando fino a essere presente in un disco dei Gorillaz; io sicuramente ricordo quando, al mio primo approccio sistematico al genere nel 2021, il video di “Baile de Favela” di MC João superasse i cento milioni di visualizzazioni su YouTube (al momento in cui scrivo, ne conta ben 256).
Quali siano i reali motivi del successo del funk carioca al di fuori dei confini brasiliani non è chiaro: potremmo inserirci la semplicità dei temi musicali presenti; la presenza di ritmi sensuali e trascinanti; l’esotismo e la non comprensione dei testi, non di certo adatti a un pubblico così ampio; la natura punk e da sound system che brutalmente permettono al funk di ‘uscire bene’ anche dagli speaker di un cellulare o di un computer. Fatto sta che negli ultimi anni il mondo si è appropriato del ritmo di Rio, lasciando come al solito le briciole ai contesti in cui è nato.
Fatto sta che l’esplosione del genere ha permesso un’altrettanto rapida espansione della sperimentazione e della circolazione di prodotti funk underground, che ancora testimoniano la natura marginalizzata e ‘pericolosa’ del funk. Se la discografia mainstream cerca di mantenere alcuni degli aspetti formali ripulendo il tutto per una dimensione per le radio e lo streaming, anche un semplice giro su Bandcamp riesce a testimoniare la floridissima produzione degli artisti brasiliani negli ultimi anni.
Un caso interessante è quello che riguarda Dj K, tra i maggiori rappresentanti dello stile ‘bruxaria’, che nel 2023 pubblica su Nyege Nyege Tapes “PANICO NO SUBMUNDO”, disco che primeggiava i miei Kalporz Awards di quell’anno.
Come è possibile che Nyege Nyege Tapes, label e piattaforma ugandese che si occupa prevalentemente di sponsorizzare artisti centrafricani, pubblichi un disco baile, replicando di lì a poco con una doppietta di dischi di Dj Anderson do Paraiso, altro rappresentante della scena funk? Forse la spiegazione a questo va trovata nella sorta di ‘alleanza terzomondista’ che Nyege Nyege sta cercando di portare avanti, coinvolgendo anche realtà del Sud Est asiatico, nel presentare a un pubblico -si spera consapevole- ritmi e musiche di realtà marginalizzate, spesso ‘rubate’ e ripulite dall’industria, nella loro forma originale. E il disco di Dj K rappresenta in pieno lo spirito pericoloso del funk, con il suo andare esagerato, con frequenze e volumi probabilmente dannosi per l’udito, grottesco ed essenziale.
La conseguenza dell’ascesa alla fama del funk, però, ha anche portato a galla i sentimenti dei brasiliani verso una cultura, quella delle favela, reputata bassa e non degna di essere rappresentata. Quando nel 2013 l’idolo del paese, il calciatore Neymar, adotta come celebrazione i passi di danzi di “Passinho do Volante” di MC FEDERADO E OS LELEKES, l’internet brasiliano comincia a grondare odio e disprezzo verso le categorie oppresse del loro paese. Nonostante il video originale non sia più rintracciabile online, si possono trovare articoli che raggruppano il tenore dei commenti presenti al suo interno. Dalle offese razziste, alla svalutazione estetica della musica -spesso in contrapposizione alla musica ‘alta’- e alla diretta correlazione tra musica e criminalità più o meno organizzata, se non addirittura alla vergogna provata nell’esportare prodotti culturali di questo tipo, “Passinho do Volante” ha rappresentato un punto debole della discussione pubblica brasiliana nel 2013.
A questo punto, non posso che concludere con una velocissima riflessione riportando il discorso su un piano ‘interno’ e nazionale. Se rileggete il tipo di offese pervenute agli autori di “Passinho do Volante” e alla cultura delle favela, vi viene in mente una qualsiasi espressione culturale italiana? E perchè proprio la musica neomelodica? Quello che la storia del funk brasiliano racconta, in fondo, è che i movimenti musicali nati in condizioni di marginalità, in maniera spontanea e quindi non controllabili dall’industria, hanno sempre subito da una parte una demonizzazione da parte della cultura ‘ufficiale’, e dall’altra una ‘ripulita’ da parte dell’industria per sfruttarne il potenziale estetico e commerciale.
Quindi, la prossima volta che vi trovate ad ascoltare un funk, una cumbia, ma anche un rap o un reggaeton, chiedetevi: quello che sto ascoltando è frutto di una cultura a suo modo eversiva, o è semplicemente l’ennesimo modo da parte di qualche milionario bianco di mettermelo in culo?

