Il nuovo brano di Vieri Cervelli Montel esce oggi per Tanca Records, l’etichetta di Iosonouncane. Intitolato “cervo”, il pezzo si misura con aspetti della poetica di Vieri Cervelli Montel che deviano in parte dalle sue creazioni precedenti. Esso diventa quasi l’inevitabile prosecuzione delle sue sperimentazioni e delle sue attitudini, dettate anche dal policentrismo delle sue radici insieme fiorentine, sarde e francesi. Un brano che, come evidenzia il comunicato stampa che ne annuncia l’uscita, rappresenta “un chiodo di cechov nella vicenda artistica di Vieri Cervelli Montel”.
In “cervo” Vieri Cervelli Montel si confronta con il ritmo e con tutto quell’universo di musica da ballare – ma etichettare in questo modo semplicistico i generi di cui si sta parlando sarebbe riduttivo – che va dalla reggaeton alla techno. Esso crea in qualche modo una discontinuità con il precedente brano, “I [primo]”, ma, pur risultando quasi la sua nemesi, sembra la sua inevitabile prosecuzione e ci pone di fronte al percorso di maturazione artistica e versatilità di un cantautore che sembra non precludersi alcuna esperienza musicale.
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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